Come il “Grande Fratello”, ecco l’apparecchio che legge le menti

Google-Glass(di Mauro Faverzani) Vi fu un tempo in cui ci furono esaltate le potenzialità di Internet, Facebook e Whatsapp, dicendo che avrebbero messo in rete il mondo intero. E quei pochi, che sollevarono dubbi, perplessità, riserve circa l’impatto in termini di privacy, ad esempio, furono zittiti come retrogradi e nemici del progresso.

In realtà, oggi sappiamo dalle cronache e dai media come e quanto avessero visto giusto: le nuove tecnologie hanno, come minimo, messo in vetrina le nostre vite, le nostre immagini, la nostra agenda, i nostri contatti, rendendoli preda di paparazzi per le star, dei call center per le pubblicità, dei servizi d’intelligence per tutti. Ma il fenomeno, che si sta profilando, scatena nuovi, fors’anche più importanti interrogativi… Sembrano usciti da serie di fantascienza come Star Trek Next Generation, si chiamano Glass e sono gli «occhiali per la realtà aumentata» di Google, controllabili – a detta della pubblicità – col solo pensiero.

La società londinese This Place ha presentato l’app MindRDR, che rende possibile tutto questo: interfacciandosi con un biosensore EEG di NeuroSky, basta che l’utente pensi all’operazione da eseguire, perché questa venga automaticamente compiuta, dallo scattare una foto a decidere se condividerla o meno su Facebook o Twitter.

Detta in questo modo, sembra tutto fantastico ed avveniristico e si ha l’impressione che il fruitore abbia un ruolo assolutamente e totalmente attivo: le cose non stanno proprio così, poiché il biosensore, in realtà, non è parte dei Google Glass. Si tratta di una sorta di auricolare, da indossarsi assieme agli occhiali: il dispositivo analizza le onde cerebrali, effettuando un campionamento digitale del segnale elettrico emesso dal cervello; quando rileva la messa a fuoco di un’immagine e capisce che l’utente si sta concentrando su di essa, chiede se si intenda acquisirne una foto.

Si tratta ancora di un modello sperimentale, dalle potenzialità limitate ed ampiamente affinabili; per giustificarne l’utilità, se ne sono ovviamente evidenziate le applicazioni di maggiore utilità: potrebbe rappresentare, ad esempio, un valido aiuto per chi sia affetto da patologie altamente invalidanti. Ma pare che l’apparecchio sia in grado anche di “leggere” la mente dell’utente, comprendere se la sua soglia di attenzione sia troppo bassa e suggerirgli di fare una pausa o di prendersi un caffè. Certamente si tratta di una grande opportunità per il mercato tecnologico, presentando oltre tutto ampi margini di sviluppo; tant’è vero che, tutt’attorno, si sono appollaiati il mondo del design, dell’educational, dell’entertainment e della pubblicità.

Già oggi, andando sul sito di NeuroSky è possibile acquistare al prezzo di soli 129,99 dollari un MindWave Mobile, compatibile coi prodotti Appel iOS, come iPhone, iPod Touch, iPad e coi cellulari o coi tablet Android: è costituito da un’auricolare, una clip per l’orecchio ed un sensore, che, tra le varie applicazioni, consente di utilizzare una vasta gamma di giochi, programmi di BrainTraining ed applicazione educative. Tutto, senza muovere un dito, solo con la forza del pensiero. Non solo, la macchinetta consente anche una visione dei film definita totalmente rivoluzionaria: tramite l’interazione con le onde cerebrali pare che si possa “vivere” il cinema a livello di empatia tra lo spettatore e l’azione sullo schermo.

Difficile prevedere ora le conseguenze di una simile esperienza, ma se già i normali videogiochi, specie se in 3D, possono dare problemi di salute e di equilibrio, specie nei soggetti più fragili o in caso di esposizione prolungata, porsi delle domande è sacrosanto.

In cosa consiste l’apparecchio? Nel misurare con precisione gli spettri di potenza EEG, verificare il nostro livello di attenzione e di concentrazione, nonché l’attività delle palpebre. Uno strumento, oltre tutto, estremamente economico: una normale batteria AAA dovrebbe consentirgli un’autonomia di ben 8 ore.

Procedendo su questa strada, chi può in assoluto assicurare che un domani più o meno vicino, oltre a film, entertainment, educational e pubblicità, ci possano essere propinate anche informazioni più o meno subliminali in grado di condizionare i nostri comportamenti, le nostre opinioni, i nostri paradigmi ideali? Già il fatto che un apparecchio possa “leggere” ciò che pensiamo, crea un certo disagio; ancor di più il fatto che interagisca con la nostra mente; figuriamoci che possa fornirci anche dei contenuti, sia pure più o meno on demand (anche gli spot lo saranno?). È lecito porsi tali domande o, ancora una volta, le si vorrà bollare come antistoriche e retrograde? (Mauro Faverzani)

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