Il grave rischio di una visione sociologica ed immanente…

Maradiaga(di Mauro Faverzani) Dopo il Vescovo di Anversa, mons. Johan Bonny, dichiaratosi a favore di un «riconoscimento formale» delle relazioni omosessuali e bisessuali, ecco una nuova stoccatina in vista del prossimo Sinodo con l’intervista rilasciata all’edizione on line del settimanale “ParisMatch” dal card. Oscar Andres Rodriguez Maradiaga, Arcivescovo di Tegucigalpa in Honduras. Maradiaga è considerato dagli osservatori come una sorta di “vice-papa”, benché protagonista di prese di posizione decisamente sopra le righe: ampiamente possibilista sulla questione dei Sacramenti ai divorziati risposati, anche a costo di schierarsi contro il card. Müller senza grossi patemi, è finito nell’occhio del ciclone dopo la denuncia levata dall’American Life League statunitense che, in un proprio dossier, ha dimostrato come la potente organizzazione da lui retta, la Caritas Internationalis, risulti nel consiglio del World Social Forum, impegnato nella promozione e nella tutela dei cosiddetti «diritti civili» e «sessuali» ovvero ideologia gender, rivendicazioni Lgbt, omosessismo spinto, liberalizzazione universale dell’aborto e delle varie tecnologie riproduttive, controllo globale delle nascite, marxismo, femminismo, ecologismo e dintorni.

Questa volta, per l’intervista al periodico francese, il card. Maradiaga ha scelto una linea più diplomatica, giocata sul “dico-non dico”. Dopo aver parlato del Pontefice, di povertà, di pace nel mondo, di riforma dello Ior e della Curia romana – in quanto coordinatore del cosiddetto C9 ovvero del gruppo di ciò incaricato –, ecco l’esplicita apertura al riconoscimento di uno Stato palestinese «con frontiere rispettate dagli israeliani». Per poi giungere all’“immancabile” passaggio sulle “nozze” gay. Non ne fa una questione di Dottrina, non oppone ad esse ragioni scritturistiche o magisteriali, ma nemmeno valutazioni “pastorali”. Si limita invece ad una fotografia sociologica: «si tratta di un tema ricorrente a livello internazionale – ha dichiarato – in quanto i politici di numerosi Paesi temono le lobby omosessuali, che rappresentano un peso reale dal punto di vista elettorale. La cosa più angosciante è che l’Onu, la cui prima vocazione dovrebbe essere quella di mantenere la pace e la sicurezza internazionale, sia oggi schierata a favore dell’aborto e del matrimonio gay». In realtà, vicende come quella – sopra citata – del Vescovo di Anversa dimostrano purtroppo come, ad inchinarsi a certe lobby, non siano soltanto gli uomini politici…

Poi ecco un altro passaggio “immancabile” per il “politically correct”, quello sul femminismo nella Chiesa. Anche qui Sua Eminenza non ha inteso evidentemente sbilanciarsi troppo, limitandosi ad auspicare una maggiore presenza delle donne – anche laiche – nei dicasteri vaticani, specie quelli riguardanti le questioni familiari, benché non a capo degli stessi, preferendole sempre più impegnate «negli organismi internazionali cattolici». Ma era chiaro come tale passaggio fosse per “ParisMatch” soltanto la premessa, il pretesto per l’altro grande varco, che il modernismo cerca di aprirsi tra le Sacre Mura, quello relativo al matrimonio dei preti, cui il card. Maradiaga ribadisce una sostanziale chiusura, sia pure – e questo passaggio non è indifferente – per ragioni prettamente economiche e sociologiche, mai teologiche: «io non potrei mantenere 150 sacerdoti diocesani, se avessero famiglia», si limita a considerare nell’intervista. Motivazione piuttosto debole, deludente e, per certi versi, anche gretta, da sindacalista, tenendo conto di quanto ben più ricca, soddisfacente, fondata e completa sia quella data invece dal Codice di Diritto Canonico al can. 277 §1, laddove si legge che «i chierici sono tenuti all’obbligo di osservare la continenza perfetta e perpetua per il regno dei Cieli, perciò sono vincolati al celibato, che è un dono particolare di Dio mediante il quale i ministri sacri possono aderire più facilmente a Cristo con cuore indiviso e sono messi in grado di dedicarsi più liberamente al servizio di Dio e degli uomini».

Tra le righe si coglie una tendenza “al ribasso” serpeggiante nella Chiesa: livellare, appiattire tutto entro un’ottica meramente ed esclusivamente mondana, ridurre ogni questione al suo carattere immanente, cancellandone le motivazioni più vere e più piene ovvero quelle trascendenti, significa omologare la presenza ecclesiale, al più, alle finalità filantropiche d’una Ong qualsiasi, ciò da cui mise in guardia Benedetto XVI nell’enciclica Deus Caritas est: «Quanti operano nelle istituzioni caritative della Chiesa devono distinguersi per il fatto che non si limitano ad eseguire in modo abile la cosa conveniente al momento, ma si dedicano all’altro con le attenzioni suggerite» da quella che chiama la «formazione del cuore», frutto dell’«incontro con Dio in Cristo», affinché «susciti in loro l’amore ed apra il loro animo all’altro» (n. 31, a). Ma, evidentemente, v’è chi considera Benedetto XVI non più “di moda”… (di Mauro Faverzani)

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