CHIESA CATTOLICA: a Palermo un “figlio” della Scuola di Bologna

corrado-lorefice-535x300-1446213372(Mauro Faverzani) Si insedierà il prossimo 5 dicembre, lo stesso giorno della sua consacrazione episcopale, il nuovo Arcivescovo di Palermo, don Corrado Lorefice, ex-parroco di Modica, ancora fresco di nomina. Nomina assolutamente in linea con le ultime fatte, che pian piano concorrono a ridisegnare una nuova fisionomia ed a dare nuove coordinate alla Chiesa universale. Per andar dove?

Subito nella lettera di saluto ai nuovi fedeli, il neo-Arcivescovo lascia intuire la direzione col riferimento alle vie delle «periferie umane»: è un segnale chiaro, una sorta di parola d’ordine per la cosiddetta Chiesa «in uscita».

Non a caso l’arrivo di don Lorefice – e, prima ancora, di ciò che egli rappresenta – ha subito scatenato gli entusiasmi di taluni, come la Cgil che, per bocca del suo segretario di Palermo, Enzo Campo, gli ha subito chiesto di rendere quelle «periferie» luoghi «di integrazione sociale ed economica», come se la Chiesa, invece di occuparsi di anime, dovesse svolgere i compiti dello Stato. Ma un caloroso benvenuto gli è giunto anche dalla sezione siciliana di Noi siamo chiesa, l’equivalente locale del movimento ultraprogressista Wir sind Kirche, la cui co-fondatrice e presidentessa, Martha Heizer, è stata scomunicata proprio da papa Francesco. Noi siamo chiesa la sua richiesta l’ha presentata subito nel saluto augurale: quella di procedere con lo «spirito di sinodalità», che effettivamente appartiene al suo pedigree. Non a caso. Tale organizzazione, a livello nazionale, ha infatti sempre potuto contare sul sostegno del Laboratorio Sinodale Laicale, che fa capo a quella “Scuola di Bologna”, autoproclamatasi autentica interprete dello «spirito del Concilio». La stessa Scuola, cui il nuovo Arcivescovo è a sua volta «affiliato», come ha scritto Sandro Magister sul suo blog Settimo Cielo, sia perché ha studiato nella sua sede, ovvero presso la Fondazione per le Scienze religiose “Giovanni XXIII”, sia perché ha dedicato un volume al suo fondatore, Dossetti, valutandone l’apporto dato, assieme al Card. Giacomo Lercaro, alla discussione sul tema della “povertà über alles” durante i lavori del Vaticano II.

È da ricercarsi qui, allora, la matrice spirituale e la sensibilità ecclesiale di don Lorefice. Per cui val la pena approfondire l’argomento, per capirne di più. La “Scuola di Bologna”, oggi guidata dal prof. Alberto Melloni, fu creata da don Giuseppe Dossetti e da Giuseppe Alberigo. È nota per la sua lettura iperconciliarista del Vaticano II, concepito in termini di rottura netta col passato, come se la Chiesa iniziasse da lì. Chiesa, di cui promuove una visione collegiale o «sinodale» contrapposta al Primato Romano, molto vicina purtroppo a quanto emerso all’ultimo Sinodo, dedicato alla Famiglia, ma andato, in realtà, ben oltre i propri scopi ed i propri obiettivi, almeno quelli dichiarati.

Della “Scuola di Bologna” val la pena richiamare un aspetto passato ed un aspetto presente. L’aspetto passato – le cui ripercussioni si scontano però ancora oggi – riguarda il ruolo giocato dal suo fondatore, Dossetti, durante il Vaticano II, di cui abilmente curò, per sua stessa ammissione, la regia: abile stratega dei quattro Cardinali moderatori, disse apertamente di «aver capovolto le sorti del Concilio», grazie anche all’influenza diretta da lui esercitata sull’allora Arcivescovo di Bologna, Card. Lercaro, di cui lui fu perito di fiducia e consulente in sede conciliare, nonché Vicario Generale in Diocesi. Qualcosa di analogo è stato notato anche all’ultimo Sinodo, da poco conclusosi, dove le forti, a tratti violente pressioni concertate da gruppi e lobby, preparatisi con largo anticipo all’evento, sono già state ampiamente denunciate e documentate.

Dossetti non fu soltanto la bandiera di un socio-pauperismo anticapitalista: fu il fautore dell’abbraccio con la Sinistra e col comunismo in modo specifico, convinto di poter con essi realizzare il programma sociale cristiano, impregnato dello spirito “rivoluzionario” di quella Costituzione, ch’egli contribuì a scrivere.

Ma vi è anche un aspetto presente della “Scuola di Bologna” da tenere in conto. Ed è la convinzione, non nuova, che ora le stia andando proprio tutto bene: l’udienza privata concessa a Melloni da papa Francesco; l’esito “decentralizzato” del recente Sinodo; un Pontificato in linea con i suoi cavalli di battaglia; certe nomine episcopali… Per questo, ha ricominciato ad alzare la voce. Ovunque.

Un suo esponente di spicco, ad esempio, il prof. Massimo Faggioli, docente di Storia del Cristianesimo presso l’Università “S. Tommaso” di Minneapolis, ha baldanzosamente sottoscritto una lettera al New York Times, invocando provvedimenti contro un suo editorialista, Ross Douthat, cattolico, ma “reo” di eccessive critiche all’era Bergoglio. Non pago, dalle colonne dell’Huffington Post, ha anche invocato la galera per il card. Robert Sarah, il quale, mantenendosi pienamente fedele alla Dottrina cattolica in occasione dell’ultimo Sinodo, avrebbe, a suo dire, affermato cose che «in alcune democrazie occidentali avrebbero avuto rilievo penale», probabilmente riferendosi a quelle democrazie manifestamente sempre più vicine ai totalitarismi. È evidente come il tono sia di chi è convinto di poter ormai dettar legge, anche all’interno della Chiesa. Ora, v’è da capirsi: fin dove si spinge la sintonia del nuovo Arcivescovo di Palermo, Lorefice, con la “Scuola di Bologna”, nel cui humus culturale si è nutrito e dal cui humus ecclesiale proviene? Il direttore di Civiltà Cattolica, il gesuita padre Antonio Spadaro, ha commentato su Facebook la sua nomina, dicendo di sentirgli addosso l’«odore di pecore», sposando così il gergo di papa Francesco.

Tra i «big sponsor» di Lorefice, come scrive il Giornale di Sicilia, figura anche don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, che lo ha definito l’uomo «della carità e dei diritti», con un lessico da manuale di sociologia. Ma, realmente, fin dove si spingono le «periferie esistenziali» del futuro Arcivescovo? Il tempo darà senz’altro queste risposte, probabilmente prima di quanto si pensi. Perché in ballo, qui, non c’è solo Palermo o qualsiasi altra Diocesi nel mondo. In ballo c’è la Chiesa, cui certe nomine, di episcopato in episcopato, di Concistoro in Concistoro, rischiano di deformarne il profilo. E qui, l’aria che tira, si sta facendo davvero pesante. Ma la colpa non è dell’odore delle pecore…(Mauro Faverzani)

Donazione Corrispondenza romana