Chi è che attacca i cattolici in piazza?

il fatto quotidiano(di Cristina Siccardi) Qualcuno, fra le testate giornalistiche, ha compreso che la Marcia per la vita è una questione seria e l’ha presa sul serio. Si tratta, per esempio, di Dario Accolla, blogger e attivista de “il Fatto Quotidiano”, testata diretta da Marco Travaglio, formatosi, giornalisticamente parlando, nel settimanale cattolico nazionale della diocesi di Torino, “il Nostro Tempo”, fondato nel 1946 da Monsignor Carlo Chiavazza, esemplare cappellano militare, che sopravvisse alla campagna di Russia.

Accolla ha un dottorato in Filologia moderna, di sé afferma: «Sono un appassionato di Linguistica Italiana e Gender studies. Faccio politica nell’associazionismo LGBT tra Roma e Catania. Insegno a scuola, mi dedico alla ricerca accademica e sogno un mondo con più uguaglianza. Collaboro con il mensile Pride e le riviste web Gay.it e ItaliaLaica» (www.ilfattoquotidiano.it). Fra i suoi libri ricordiamo I gay stanno tutti a sinistra – Omosessualità, politica, società (Aracne, Roma 2012). Sono sufficienti queste informazioni per comprendere con quale livore abbia osservato la quinta edizione della “Marcia per la vita”.

Il titolo del suo intervento pubblicato il 10 maggio è il seguente: Aborto: #marciaperlavita, la kermesse contro la legge 194 che distribuisce feti giocattolo. Il suo intervento prende le mosse da un moto di scandalo da un’immagine vista mentre si «trastullava», come egli stesso dichiara, su Twitter, così commenta il suo “sbigottimento”: «Alla kermesse dei cattolici integralisti che rigettano la legge 194 hanno distribuito gadget a forma di feto, scambiato per un embrione peraltro. Due euro a pezzo. Una vera e propria escalation di orrore intellettuale e surrealismo».

L’oggetto dimostra che il feto e/o l’embrione sono il “cucciolo” dell’uomo. Quando si vede un micetto ci si scandalizza forse? Forse il bambino concepito non ha diritto di vivere come vive Accolla e come vivono i suoi colleghi de “il Fatto quotidiano?”. Perché milioni di bambini devono essere soppressi prima di vedere la luce? Diritti per ogni soggettivo desiderio, tranne che per il concepito, cui è negato persino il diritto all’esistenza.

Fra i commenti all’articolo postato da Accolla non possiamo tacitare il primo, quello di «alpin90», il quale afferma: «medici molto più atei e “civilmente progrediti” di voi si sono convertiti per quello che hanno visto… il fatto è che molti parlano, pochi provano! Le fila dei pro-life conterranno sempre più medici abortisti e pro-choice perché la Verità è più dolorosa dei concetti, delle ideologie, dei “diritti civili”…Chi si è trovato un feto immerso nel sangue fra le proprie mani SA che quel grumo di cellule sarebbe potuto diventare uno splendido essere umano.
Non esiste la verità relativa: c’è sempre qualcosa di vero che si contrappone a qualcosa di falso
».

Scriveva Romano Guardini in Il diritto alla vita prima della nascita (Morcelliana, Brescia 2005, p. 7): «È lecito distruggere la vita del bambino che si sta sviluppando nel grembo della madre?». Questo è il problema e non è certo una domanda amletica, perché ogni «altro aspetto della vicenda-aborto è marginale rispetto a quello che definirei il nocciolo della questione», scriveva il professor Mario Palmaro, uno dei massimi bioeticisti contemporanei, nel suo corposo e lucidissimo saggio Aborto & 194. Fenomelogia di una legge ingiusta (Sugarco Edizioni, Luogo data). Chi sfugge «di fronte a tale interrogativo sta truccando le carte in tavola, sta evitando di confrontarsi con questa domanda precisa. Alla quale, come uomini dotati di una natura razionale, siamo chiamati a dare una risposta altrettanto precisa» (p. 23).

Anche l’uomo antico, prima dell’avvento del Cristianesimo, si poneva il problema sull’omicidio o meno della creatura ante partum e già 2500 anni fa il medico greco Ippocrate aveva dovuto rispondere alle richieste di aborto: il buon medico, dichiarò, non può compiere aborti, stessa cosa scrisse nel suo celebre Giuramento, che ha ispirato per secoli e secoli la deontologia medica.

Leggere Palmaro significa capire e amare, nel profondo, la straordinarietà, la pienezza e la bellezza della vita dal suo sorgere al suo tramonto (nonostante le sofferenze ad essa connesse); leggere Allodio significa entrare nell’incubo di ciò che lui e quelli de “il Fatto quotidiano” – dove turpiloquio, invettiva, acredine, livore, ira, mancanza di carità, di rispetto e di etica regnano sovrani – vogliono per sé e, purtroppo, anche per gli altri.

Allodio, che dovrebbe informarsi maggiormente su chi sono i «cattolici integralisti», attacca non solo gli oltre 40 mila che hanno marciato per la vita, ma anche i vescovi e i cardinali che hanno appoggiato l’iniziativa (dice, infatti, «Ci sarebbe anche da riflettere su un altro aspetto: chi ha memoria, sempre riguardo a queste persone, di una marcia contro gli atti di pedofilia dentro quella stessa chiesa cattolica che li appoggia e li sostiene (secondo quanto si evince dal loro sito e dalle “importanti adesioni” di vescovi e cardinali)?»). Le affermazioni superficiali si alternano a quelle fuori tema, in mancanza di elementi di confutazione, la manovra che si adotta è la boutade.

I suoi attacchi sono banali, senza aderenza alla realtà e rientrano nei luoghi comuni di un pro death che non ha più argomentazioni a fronte di un pro life che, sia a livello nazionale sia internazionale ne ha a profusione, perché la verità, verificabile e tangibile, anche se infastidisce chi decide di andare contro la natura ed il conseguente diritto naturale, rimane verità.

È chiaro che mancano le conoscenze: i numeri sugli aborti; la filosofia sulla vita, sull’aborto stesso, sull’eutanasia; la biologia sull’essere maschio e femmina. Manca la capacità di comprendere che cosa sia la vita e che cosa sia la morte. Per molti, come Allodio, esiste soltanto l’«attimo fuggente» di un ammasso di cellule: l’immanentisimo allo stato puro. Quale tristezza… aborto, suicidio, disperazione, eutanasia sono la conseguenza di questa concezione dell’esistere. Ma la persona umana, dotata di un’anima razionale, se vive solo come entità biologica, priva di spiritualità, è come un’aquila che vive pensando di essere un tacchino: un’opera, dunque, incompiuta. Nel creato esiste un’armonia in tutti gli esseri viventi e inanimati, ma quando l’uomo spezza la sua unità fra anima e corpo rompe il suo equilibrio, uscendo dalle regole che normano eticamente il suo stare nel mondo e l’irragionevolezza prende il sopravvento.

Scriveva Palmaro: «Nell’umanità si è indebolito sempre più quel freno sulla vita istintiva e sentimentale che è la “soggezione religiosa” (religiöse Scheu), e così i princìpi etici e sociali sono vacillanti. Accade allora che gli uomini trattino i loro simili come “cose” che cadono sotto la categoria dell’utilità, e il singolo si dissolve sempre più nella massa. […] se si riconosce ai genitori il diritto di uccidere l’uomo in divenire, “allora a questo punto corrisponde un preciso dovere, quello di compiere l’uccisione” (R. Guardini, op. cit., p. 22). E toccherà allo Stato assolvere a questo dovere, e garantire che qualcuno esegua quella uccisione. Ma “ogni violazione della persona, specialmente quando s’effettua l’egida della legge, prepara lo Stato totalitario” (ivi, p. 38). Parole scritte sessant’anni fa da chi aveva appena sperimentato l’orrore del nazionalsocialismo. Ma parole che gettano uno sguardo profetico sulle moderne libaral-democrazie contemporanee, che hanno massimamente legalizzato il diritto di aborto» (M. Palmaro, op. cit., p. 25).

La vita dell’innocente rimane inviolabile poiché egli è una persona. L’essere persona non è un dato di natura immaginario o psicologico o giornalistico o letterario o artistico o politico, ma esistenziale. L’essere umano va rispettato fin dal suo inizio. Feti, embrioni, bambini abortiti sono, anche per chi non vuole sentire, vittime innocenti, sacrificati sugli altari neopagani di Stati, un tempo cristiani, che oggi hanno rinnegato Dio. (Cristina Siccardi)

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