Che fine ha fatto la Stasi?

STASI

Anticipiamo questo articolo, che verrà pubblicato sul numero 112 di marzo della rivista  Radici Cristiane, assieme a molti altri servizi ed interviste, tra cui un intero dossier dedicato al Giubileo ed alle indulgenze.

La Stasi fu l’incubo dell’Occidente: la principale organizzazione di spionaggio della Germania comunista, all’apice della sua attività, contò quasi 200 mila dipendenti, uno ogni 59 abitanti. Che schedarono tutto e tutti, si infiltrarono coi propri agenti ovunque, anche a fianco dei leader europei, condizionando la politica ed il terrorismo internazionali, anche servendosi di metodi disumani, come quello della «decomposizione dell’anima». Che fine ha fatto tutto questo? Secondo gli esperti, non è sparito… Si è solo mimetizzato.

di Mauro Faverzani e Alessandra Nucci

E’ stato prodotto l’anno scorso, si intitola Il ponte delle spie ed è il film diretto da Steven Spielberg con protagonista Tom Hanks, vincitore di due Oscar, certo non l’ultimo arrivato, anche se con un curriculum quanto meno controverso (recitò anche nella trasposizione filmica dei due libri di Dan Brown, Il Codice da Vinci e Angeli e demoni). La pellicola è ambientata nel 1960 ovvero in piena Guerra Fredda tra Usa e Urss. Racconta la vicenda del tenente Francis Gary Powers, il pilota dell’aereo-spia Lockheed U-2 abbattuto dai sovietici. L’ufficiale venne catturato e condannato. Un avvocato di New York, James B. Donovan, fu incaricato dalla Cia di condurre le delicatissime trattative per il suo rilascio.

Fu scelto, essendogli stata affidata tre anni prima la difesa della spia filocomunista Rudolf Abel, ufficialmente pittore di ritratti e paesaggi, incarcerato nel 1957 a Brooklyn. La proposta fu quella di uno scambio tra i due: fu accolta. Il rilascio avvenne sul ponte di Glienicke, tra Berlino Ovest e Berlino Est, detto per l’appunto il “Ponte delle spie”, perché spesso teatro di vicende analoghe tra servizi segreti. Il legale riuscì anche a far liberare dalla DDR, al checkpoint Charlie, uno studente statunitense di economia, Frederic Pryor, arrestato sempre per spionaggio dalla Volkspolizei.

Quel clima pare lontano anni luce. Eppure non è così.

Cosa fu la Stasi

La Stasi, abbreviazione di Ministerium für Staatssicherheit (“Ministero per la Sicurezza di Stato”), fu la principale organizzazione di spionaggio della Ddr, la Germania comunista, nonché braccio destro del Kgb russo. In quegli stessi anni in cui è ambientato il film in questione, la Stasi poteva contare su quasi 200 mila dipendenti, uno ogni 59 abitanti, e sedi in ogni angolo del Paese.

Dalla sua fondazione, l’8 febbraio del 1950, alla sua dissoluzione, il 31 marzo 1990, aprì e tenne continuamente aggiornati molti dossier, infiltrandosi nei gabinetti di governo dei leader dell’epoca (ad esempio, in quello del Cancelliere della Germania occidentale, Willy Brandt, nonostante la sua Ostpolitik), nonché curando il terrorismo internazionale per conto del Kgb (quello palestinese soprattutto, ma anche quello tedesco con la banda Baader-Meinhof, divenuta poi Rote Armee Fraktion, e quello italiano), condizionando persone ed anche vicende internazionali, grazie agli ingenti fondi messi a disposizione dal regime.

I metodi, cui la Stasi fece ricorso, furono decisamente poco ortodossi, come nel caso del processo di «decomposizione dell’anima». Si creavano le condizioni per isolare gli individui scomodi rispetto ad affetti ed amicizie, nonché per bandirli dalla società, privandoli del lavoro e facendo fallire ogni loro progetto. Tutto sommato, sistemi non poi troppo diversi da quelli, che anche ai giorni nostri, vediamo attuati verso chi si discosti o addirittura contesti il regime da pensiero unico, il “politicamente corretto”.

Il Cancelliere Angela Merkel

Di Angela Merkel è risaputo il fatto che sia figlia di un pastore evangelico; molto meno noto è il suo ruolo di primo piano nella dirigenza della Ddr. Fin da adolescente, fu volontaria civile della Germania comunista, con tanto di uniforme. Superò sempre brillantemente gli esami di «marxismo leninismo» e conseguì brillanti risultati anche nelle altre materie.

Nel ’68 aderì alla Freie Deutsche Jugend, ente strettamente legato al partito, che nel ’71 la insignì della medaglia Lessing. Ma non solo. Ralf Georg Reuth e Günther Lachmann, due giornalisti – del Bild il primo, del Welt il secondo -, nel loro libro La prima vita di Angela M., uscito il 14 maggio 2013, dicono che sia diventata nel 1981, all’interno della Freie Deutsche Jugend, addirittura segretaria per l’AgitProp, Agitazione e Propaganda, incarico che l’interessata nega di aver mai ricoperto. Che sia vero o meno, comunque, è evidente il suo coinvolgimento nell’apparatčik.

Nel ’78 è funzionaria presso l’Accademia delle Scienze. Dopodiché decise di coinvolgersi personalmente in politica, prima nelle fila del Demokratischer Aufbruch, un gruppo tutto sommato omogeneo al regime, assolutamente contrario alla riunificazione delle due Germanie e teorizzatore di una Ddr autonoma, costruita sul modello del «socialismo democratico».

Angela Merkel ebbe molte amicizie importanti, ma pericolose. Si trovò ad avere contatti ed a lavorare con personalità rivelatesi poi tutte al soldo della Stasi, come lo stesso leader del Demokratischer Aufbruch, Wolfgang Schnur, oppure Lothar de Maizière, fiduciario della Cdu ad est. Lei stessa ha dichiarato di aver ricevuto una proposta esplicita di collaborazione col sistema spionistico nazionale, pur precisando d’aver declinato l’invito, non tuttavia per questioni di principio, ma sostenendo di non saper tenere i segreti…

Che ne resta oggi

Dopo la caduta del muro di Berlino, cosa rimase di tutto questo apparato e degli altri analoghi nei Paesi d’Oltrecortina? In un’intervista rilasciata alla trasmissione Rai Il tempo e la Storia, lo storico Ernesto Galli della Loggia ha specificato come «non sia stata fatta nessuna vera epurazione». Dunque, l’imponente apparato di potere e controllo della Ddr, forte dei suoi agenti altamente qualificati e ben addestrati, non si è dissolto nel nulla, né avrebbe potuto. Si è semplicemente confuso tra la folla.

Sulla nomenklatura dei Paesi comunisti dell’Est, più o meno satelliti dell’Urss, è calata una fitta coltre di silenzio. Pur non essendosi volatilizzati. Vladimir Bukovsky, già dissidente sovietico (per questo trascorse dodici anni della sua vita recluso in gulag ed ospedali psichiatrici), in un’intervista apparsa su Il Giornale il 21 maggio 2007, è stato molto chiaro: «Gli europei sono così ciechi che non si rendono conto che d’ora in poi le retate a scopo politico in Europa saranno fatte usando agenti delle polizie segrete comuniste europee dell’Est».

Per fare che cosa? L’impressione è che, muovendo sapientemente le leve del relativismo e della secolarizzazione, si stia cercando d’imporre, pezzo dopo pezzo, in Europa, una riedizione secolarizzata dell’Internazionalismo comunista. Non a caso, tra gli obiettivi preferiti pare esservi la famiglia, sconvolta dal divorzio e dall’aborto, dalle lobby Lgbt e da “provetta selvaggia”, nonché le Nazioni, le identità, i popoli, che si tenta di cancellare, imponendo, come ai tempi della Ddr, una «democrazia», ch’è in realtà sinonimo di un crudele pensiero unico, di un feroce centralismo burocratico, di una cieca omologazione delle masse, da rieducare ed allineare ai capricci del regime, per giungere all’instaurazione forzata del materialismo dialettico universale.

Per questo, oggi sarebbe bene porsi seriamente questo interrogativo: che fine hanno fatto i funzionari dei regimi di fine secolo?

 

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