Castighi e benedizioni divine

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(di Cristina Siccardi) Spesso, sia Antico che Nuovo Testamento, riportano episodi di castighi divini. Adamo ed Eva non sono stati forse castigati e con loro l’umanità intera dopo il peccato originale? Sodoma e Gomorra non vennero forse punite? Il Tempio ebraico di Gerusalemme non venne abbattuto nel 70 d.C. come aveva preannunciato il Salvatore? «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta» (Lc 21, 6).

Parlando a Radio Maria il 30 ottobre scorso, è cosa ormai nota, Padre Giovanni Cavalcoli OP riferendosi al terremoto di quel giorno, che non ha provocato neppure una vittima, ma ha devastato cittadine e borghi, facendo crollare moltissime chiese del centro Italia, patrimonio delle origini cristiane del continente europeo, ha detto: «Questi disastri sono conseguenza del peccato originale, si possono considerare come un castigo divino. Si ha l’impressione che le offese che si recano alla legge divina, pensate alla dignità della famiglia, del matrimonio, alla stessa dignità dell’unione sessuale… viene da pensare che siamo proprio… chiamiamolo castigo divino, ma inteso come un richiamo per ritrovare i principi della legge naturale».

Le affermazioni del teologo domenicano hanno destato scandalo in Vaticano. Monsignor Angelo Becciu, Sostituto alla Segreteria di Stato ha dichiarato: «Una visione pagana, non cristiana. Offensiva per i credenti, scandalosa per chi non crede». Per Becciu queste posizione sono «datate al periodo precristiano che non rispondono alla teologia della Chiesa perché contrarie alla visione di Dio offertaci da Cristo». «Chi evoca il castigo divino ai microfoni di Radio Maria», ha affermato ancora il monsignore, «offende lo stesso nome della Madonna che dai credenti è vista come la Madre misericordiosa».

La polemica è riesplosa quando padre Cavalcoli è stato raggiunto dai conduttori della trasmissione di Radio 24 “La Zanzaraˮ, confermando sostanzialmente quando aveva detto la domenica: «Cosa c’entrano i terremoti con la teologia? C’entrano sì! I terremoti entrano in quello che è il castigo divino conseguente al peccato originale. Le unioni sessuali possono provocare punizioni divine».

D’altra parte è sufficiente leggere il Catechismo della Chiesa Cattolica per ribadire ciò che le Sacre Scritture affermano a riguardo delle punizioni divine e di cui la Chiesa ha sempre tenuto conto: «La speranza è l’attesa fiduciosa della benedizione divina e della beata visione di Dio; è anche il timore di offendere l’amore di Dio e di provocare il castigo» (Parte terza, La vita in Cristo, 2090).

Anche l’Atto di dolore, che ogni penitente è tenuto recitare al confessionale, viene detto: «mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi». Oggi le gerarchie della Chiesa utilizzano una forma mentis di matrice kantiana. È «un esempio perfetto di cosa accade al Cristianesimo quando iniziamo a svalutare la Bibbia e gli articoli di fede. Ci rimane una religione morale che lascia un posto a Dio, ma toglie terreno alla religione. Per quanto possa essere forte e attraente la religione kantiana, basata sulla moralità, essa distrugge il cattolicesimo» (J. Robinson, Messa e modernità. Un cammino a ritroso verso il Regno dei cieli, Cantagalli, Siena 2010, p. 72).

La moralità di allora si è trasformata in «buonismo», che non ha nessun legame con la realtà e la sua conoscenza. A questa distruzione del cattolicesimo reagisce il messaggio di Fatima, dove la Madonna, annunciata dall’Angelo del Portogallo con in mano il sacramento dell’Eucaristia, rivela sciagure a causa dei peccati degli uomini. Ma quali sono questi peccati che muovono Dio a reagire castigando il mondo? La Madonna lo dice. E non va interpretata, perché la Madonna è chiara, non ambigua. Ecco allora che parla di peccati, che non «si offenda oltre il Signore, che è già tanto offeso!» (Seconda Memoria di Lucia dos Santos, in A.M. Martins S.j., Documentos. Fátima, L.E. Rua Nossa Senhora de Fátima, Porto 1976, p. 163).

È l’offesa all’Onnipotente che muove il braccio punitivo di Cristo Capo della Chiesa e Re dell’Universo. Compito della Madonna è quello di trattenere il braccio del Divin Figlio (La Salette, 19 settembre 1846), ma talvolta, con l’ostinazione dell’uomo al peccato, il braccio cade…

Tuttavia castighi e punizioni possono essere fermati attraverso il pentimento, la conversione, la penitenza, il digiuno, la preghiera (in particolare la recita del Rosario). Ma anche attraverso l’intervento dei ministri di Dio, quelli puri: più l’anima sacerdotale si eleva a Dio, immergendosi nella carità infinita, più grazie attinge dalla potenza divina, che regge sia il mondo materiale che quello spirituale. La maggior parte degli uomini della Chiesa contemporanea, imbevuti di immanentismo, l’ha dimenticato e non ci credono più.

Nel corso della storia i sacerdoti hanno potuto agire direttamente come intermediari preferenziali contro le calamità ed i castighi del Cielo. Era il 16 dicembre 1631, quando un’eruzione del Vesuvio minacciò seriamente di seppellire Napoli. La lava arrivò fino alle porte della città, allora i napoletani si appellarono al loro patrono, San Gennaro, portando in processione le sue insegne fino al ponte dei Granili. Il sangue si sciolse e il magma, miracolosamente, si arrestò. Per farsi un’idea del prodigio, basta ammirare la splendida tela di Micco Spadaro che ritrae l’avvenimento, di cui fu testimone oculare.

Ai discepoli che non erano riusciti a guarire un ragazzo epilettico e chiedevano il perché a Gesù, Egli così rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? (…) Per la vostra poca fede. In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile». Neppure le eruzioni vulcaniche, neppure i terremoti o le frane o le valanghe o le invasioni di insetti oppure di topi.

Ben lo sapeva e lo sperimentò il venerabile don Luigi Balbiano (1812-1884), viceparroco a vita perché: «Io non sono fatto per comandare, ma per ubbidire», così ubbidiente a Dio da ottenere impossibili risultati umani. Il santo sacerdote era in grado di dominare tanto le forze della natura, quanto i suoi elementi e le sue creature. Non solo il Vescovo, ma tutti i sacerdoti che hanno avuto modo di conoscere don Luigi ebbero la certezza di vedere il misterioso potere dell’umile vicecurato della parrocchia di Santa Maria ad Avigliana (TO).

Una volta il fiume Dora straripò, investendo le campagne circostanti, portando il pericolo presso la Cascina Grossa. Accorse il Vicario con don Balbiano che giunto in tempo benedisse le acque irruenti: come se una diga si fosse opposta, una poderosa massa d’acqua si arrestò e a poco a poco si ritrasse nel letto del fiume. Un’altra volta un ponte di legno attraversava la Dora e don Balbiano si trovò presente, durante una piena del fiume, quando un carro con alcune persone vi passavano. Uno schianto, le urla, invocazioni di aiuto. «State tranquilli», rassicurò don Balbiano mentre si apprestava a benedire, «arriverete all’altra sponda». E fu così, approdati alla riva opposta quelle persone videro il ponte che, come se prima fosse stato trattenuto da una gigantesca forza invisibile, contro la quale lottava la corrente, crollò travolto dalle acque.

La fede nelle benedizioni di don Balbiano conquista anche gli scettici. Tutto benedice e tutto ubbidisce al suo aspersorio. Il libro delle deposizioni nel Processo informativo, un mondo di insetti si muove al cenno benedicente del santo vicecurato. I grillotalpa, lavorando sottoterra, divorano i semi? Le cavallette affliggono le messi e gli alberi? Le mosche invadono le case? I bruchi attaccano il granoturco? Arriva don Luigi e con le sue benedizioni tutta la natura riacquista ordine e armonia. «Don Balbiano, maledica gli insetti che guastano il nostro campo di segala», lo pregò Vittorino Rocci, «No figliuolo: non si maledice: sono creature del buon Dio. Bisogna solo allontanarli».

Oggi manca il salubre timor di Dio. Avere il timor di Dio significa essere umili e soggetti al Signore, vivendo sotto lo sguardo del Signore, preoccupandosi di piacere più a Lui che agli uomini. E Dio è giudice dei pensieri, delle parole, delle azioni, delle omissioni di ogni anima. Il domenicano san Martino de Porres (1579-1639) nutriva costantemente il timor di Dio e anche a lui le forze della natura lo obbedivano. Straordinari i prodigi che compiva: bilocazione, levitazione, scienza infusa (chiarire complessi argomenti di teologia senza averla mai studiata)… e il potere speciale sui topi, liberando le case dalla loro presenza devastatrice.

Come allontanare le minacce della natura? Processioni (miracolo del Vesuvio), conversioni (suggerimenti della Madonna nelle sue apparizioni), benedizioni (come don Balbiano e san Martino de Porres o san Francesco, pensiamo al lupo di Gubbio) e rogazioni, come quelle che abitualmente eseguiva don Enrico Videsott (1912-1999), il sacerdote della Val Badia sulle Dolomiti, del quale si è aperta la causa di canonizzazione il 2 febbraio di quest’anno.

Don Videsott era avvezzo a ripetute benedizioni per prevenire le disgrazie dell’alta montagna. Affermava: «La benedizione di Dio è una irradiazione della santità di Dio. Quando benedice il sacerdote benedice Gesù. Succede una grande cosa, vorrei dire una cosa meravigliosa (…) La benedizione contiene tutti gli aiuti e fabbisogno per tutte le creature (…) Di questa forza benedicente ho fatto tanto uso. Ho cominciato dalla mia consacrazione, la mia prima benedizione e poi ogni giorno dalla mattina alla sera “Ubi et orbi” (sul paese e sul mondo); ho mandato la benedizione dai mari e dai monti» e molti hanno ricevuto grazie e miracoli.

Esistono due tipi di rogazioni. Quelle minori si tengono i tre giorni precedenti la festa dell’Ascensione. L’usanza ha origini molto antiche e risale a un evento accaduto nella Gallia Lugdunense nel V secolo. Nell’anno 474 si abbatterono nel Delfinato varie calamità naturali e un terremoto. San Mamerto, Vescovo di Vienne, chiese ai suoi fedeli di avviare un triduo di preghiera e di digiuno e stabilì di celebrare solenni e pubbliche processioni. Questa proposta di preghiera che il Vescovo fece alla popolazione venne chiamata «rogazione», dal latino rogatio, usato nell’antica Roma per indicare una proposta di legge nata dal popolo.

Le rogazioni maggiori si tengono, invece, il 25 aprile e hanno un’origine ancora più antica. Si rifanno a una celebrazione pre-cristiana, le Ambarvalia. Il rito pagano venne trasformato in rito cristiano da papa Liberio 325-366. Alla fine del VI secolo, con san Gregorio Magno, la Chiesa cristianizzò definitivamente le processioni pagane. Nella città di Roma il rito fu introdotto da papa Leone III nell’816, 1200 anni fa, e l’uso fu esteso a tutta la cristianità. Da quel momento in poi le rogazioni divennero una pratica diffusa in tutte le parrocchie, con le stesse finalità penitenziali, allo scopo di chiedere sia la protezione divina sul lavoro dei campi, sia per tenere lontane le calamità naturali che potessero nuocere alle colture (ghiacciate invernali, alluvioni/siccità), sia per garantire un raccolto sufficiente a sfamare le famiglie.

A fianco del rito, si sviluppò nelle campagne una tradizione, praticata in alcuni luoghi ancora oggi: i contadini fabbricavano delle croci con i rami potati delle culture che venivano adornate con rametti d’olivo pasquale benedetto. Poi venivano piantate nei campi per proteggerli dalle calamità naturali. Questa la visione cristiana delle benedizioni, che allontanano con la Grazia le maledizioni dei peccati e che il neopaganesimo odierno deplora. (Cristina Siccardi)

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