Casi di eutanasia in crescita nella clinica di fine vita

 

Levendseindekliniek(di Mauro Faverzani) Si chiama Levendseindekliniek, clinica di fine vita. È stata aperta nel marzo 2012 in Olanda dalla potente associazione Nvve, acronimo che sta per Associazione olandese di fine vita volontario.

Accoglie tutti, soprattutto quanti non abbiano i requisiti previsti dalla legge. E registra un numero crescente tanto di richieste quanto di esecuzioni. Lo confermano i dati appena pubblicati, relativi al 2014: le domande sono aumentate del 40 % circa, passando dai 749 casi del 2013 ai 1.035 dell’anno scorso.

Quanto ai casi effettivamente praticati, si è passati dai 134 del 2013 ai 232 del 2014. L’età dei pazienti è compresa tra i 30 ed i 103 anni. Una significativa tendenza al rialzo, che tradisce l’attitudine degli olandesi a considerare la morte per via clinica come un “diritto”, senza più nemmeno affidarsi alle decisioni del medico curante, anzi infischiandosene addirittura quando il suo parere sia negativo, specie se per motivi di coscienza. Certo, la normativa vigente in Olanda prevede dei limiti, sulla carta.

Non sancisce quanto tuttavia nella prassi avviene, in modo sempre più automatico. Sin dal suo varo, la clinica di fine vita – grazie anche all’azione di lobbying esercitata dall’ente fondatore, la Nvve –, ha garantito l’accesso all’eutanasia anche a quanti siano semplicemente «stanchi di vivere», spiegando – con ampio ricorso al dizionario dell’antilingua – di farlo per por fine alle «diseguaglianze», sorte dalle differenti interpretazioni della legge.

La crescente popolarità acquisita dalla struttura, grazie anche ad un martellante battage mediatico ad essa favorevole, ha spinto molti a desiderare sempre più la prospettiva di decidere quando morire ed ha quindi inevitabilmente comportato un incremento nel numero delle domande: della ventina che la clinica riceve in media ogni mese, un buon quarto viene respinto, circa la metà non giunge ad esecuzione per vari motivi (soprattutto per il decesso o per la rinunzia del paziente), il restante quarto invece viene soddisfatto, specie in caso di patologie tumorali.

Resta la caratteristica distintiva della clinica di fine vita, quella cioè d’intercettare anche le domande anche di chi non sia malato terminale, né patisca sofferenze fisiche «insopportabili». Circa un terzo delle richieste riguarda pazienti psichiatrici; 17 di loro sono stati sottoposti ad eutanasia nel 2014, nel quadro complessivo di servizi offerto dalla clinica.

Sembra che sempre più si considerino i profili presi in carico come «casi limite»: magari sono persone che soffrono di patologie multiple, ma non mortali, magari legate semplicemente alla vecchiaia; oppure pazienti sì doloranti, ma non in fase terminale; od ancora dementi.

Qualche “inciampo” c’è stato: per ben tre volte, nel 2014, la clinica di fine vita è stata accusata dalle commissioni regionali di controllo dell’eutanasia – incaricate di verificare a posteriori ciascun caso dichiarato e di determinare se si sia applicata conformemente la legge. E ciò a causa di carenze nella fase istruttoria dei dossier relativi ai richiedenti. Ad esempio, una donna malata di acufeni – percepiva un tintinnio, pare in forma grave – è stata eliminata, senza prima verificare se soffrisse semplicemente di problemi psichici.

Eppure la clinica di fine vita, ad oggi, continua a funzionare senza troppe interferenze da parte delle autorità, forte anche dell’azione svolta da una trentina di squadre mobili, composte da un medico ed un infermiere. Fino a quando? (Mauro Faverzani)

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