Carta degli Operatori Sanitari, ambiguità e contraddizioni

(di Alfredo De Matteo) Il 6 febbraio scorso in Vaticano è stata presentata la Nuova Carta degli Operatori Sanitari, una sorta di compendio di prassi e dottrina che aggiorna l’edizione precedente del 1995. Il documento è suddiviso in tre grandi sezioni: generare, vivere e morire, in cui la Chiesa ribadisce la sua posizione di sempre sui grandi temi etici, alla luce delle nuove “sfide” che il progresso scientifico pone all’uomo di oggi.

Nella Nuova Carta, infatti, viene ribadito il «No» all’aborto, alla fecondazione artificiale, sia essa omologa o eterologa, all’eutanasia e all’accanimento terapeutico. Tuttavia, il paragrafo dedicato a nutrizione e idratazione desta non poche perplessità, in quanto contiene delle affermazioni che sembrano giustificare o avallare interventi di tipo eutanasico; tant’è che diverse testate giornalistiche hanno messo in risalto proprio tale aspetto. Al numero 152 della Nuova Carta si legge: «La nutrizione e l’idratazione, anche artificialmente somministrate, rientrano tra le cure di base dovute al morente, quando non risultino troppo gravose o di alcun beneficio».

Dunque, sulla base di quanto è scritto sul documento, la nutrizione e l’idratazione debbono giustamente essere considerate cure di base e non procedure mediche speciali, per cui esse rientrano nella categoria degli interventi sanitari obbligatori. Ma ci sono dei casi in cui tali interventi diventano superflui se non inutili, dunque non obbligatori? Secondo quanto riportato nella Nuova Carta certamente sì, ma tali casi non vengono specificati con la necessaria chiarezza, vista la delicatezza del tema.

Quando è infatti che nutrizione e idratazione diventano procedimenti gravosi, ossia pesanti? In quali casi? E soprattutto, gravosi per chi? Per il morente? Per i suoi familiari? Per gli operatori sanitari? E ancora, gravosi sotto quali aspetti? Fisico? Psicologico? Economico? Tante questioni che non vengono minimamente affrontate nel proseguo del capitolo dedicato agli interventi di base dovuti al morente. Anzi, nel tentativo di chiarire meglio la questione il documento produce altre contraddizioni: «La somministrazione di cibo e acqua, anche per via artificiale, è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita. Essa è quindi obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e la nutrizione del paziente. In tal modo si evitano le sofferenze e la morte dovute all’inanizione e alla disidratazione».

Ma se tali interventi servono a evitare le sofferenze e addirittura la morte del paziente e quindi sono obbligatori, quali sono i casi in cui essi sono invece inutili, ossia non raggiungono la loro finalità? Seguendo il ragionamento logico, essi non la raggiungono, o meglio smettono di svolgere la funzione che gli è propria, quando il paziente muore, ma non prima, se questi servono ad evitare al morente proprio un certo tipo di sofferenza e di morte.

La Nuova Carta esce proprio nel momento in cui il parlamento italiano si appresta a votare una legge sulle cosiddette dichiarazioni anticipate di trattamento, e a cui sembra fornire un buon “assist”. Il documento, infatti, oltre a lasciare nell’indeterminatezza questioni complesse e decisive come l’obbligatorietà della nutrizione e dell’idratazione, spinge affinché il paziente, o chi per lui, si esprima attraverso delle «dichiarazioni o direttive anticipate di trattamento, escluso ogni atto di natura eutanasica». Ma se il paziente, o chi per lui, nelle sue dichiarazioni anticipate manifestasse la sua volontà di non essere alimentato e nutrito artificialmente, ossia a rinunciare a trattamenti che risulterebbero troppo gravosi? … (Alfredo De Matteo)

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