Brutta figura di Papa Bergoglio in Colombia

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(di Mauro Faverzani) In Ungheria la popolazione ha premiato la linea di buon senso perseguita dal governo in fatto di immigrazione: al referendum, il 98% dei votanti ha detto, infatti, plebiscitariamente “no” alle quote dei “rifugiati” nei Paesi dell’Unione Europea. Certo, la consultazione non è giuridicamente vincolante, poiché l’affluenza alle urne si è fermata al 43,42% degli aventi diritto. Tuttavia il messaggio è già così molto chiaro. Tanto che il primo ministro, Viktor Orbán, intende farlo proprio per via parlamentare, nonostante il gran vociare delle opposizioni, sempre pronte ad invocare le dimissioni del premier.

In Colombia, no: la gente ha clamorosamente bocciato l’abbraccio letale tra governo e Farc, le cosiddette Forze Armate Rivoluzionarie. Col 51,3% dei “no” ed il 49,77% di “sì” il Paese ha respinto l’accordo, voluto fortissimamente dal suo presidente Juan Manuel Santos, uomo di sinistra. Un risultato eclatante, specie tenendo conto delle forti pressioni, anche internazionali, giunte affinché passasse l’intesa. Al punto da spingere due ex-presidenti della Colombia, Uribe e Pastrana, a rivolgere un accorato appello ai Capi di Stato stranieri contro qualsiasi interferenza «negli affari interni» del Paese. Sconvolto ogni pronostico, sono stati 65 mila i voti, che hanno fatto la differenza.

Il presidente Santos ha preso atto della sconfitta, ma è indubbio come anche la sua autorevolezza sia stata indebolita dalla consultazione. Dal canto loro, le Farc, attraverso il loro líder máximo, Timoleón Jiménez detto “Timochenko”, hanno espresso il proprio rammarico, pur dicendo di voler fare ricorso «solo alla parola come arma per costruire il futuro».

In realtà, nemmeno durante i quattro anni di negoziato, mai nulla è stato detto da quest’organizzazione eversiva circa la sorte dei 400 ostaggi ancora nelle loro mani, dei bambini-soldato da loro addestrati alla guerriglia, dei terreni disseminati di mine antipersona e di molte altre questioni irrisolte ancora sul tappeto, questioni che nulla hanno a che vedere col cosiddetto “dialogo”.

È significativo il fatto che, dati ufficiali alla mano, il “no” abbia vinto anche in 6 delle 11 zone sotto il controllo delle Farc e non solo nelle aree urbane ed in quelle delle “élites rurali”. Come a San Carlos, a Yondo, a El Bagre, a Trujillo, a Yolombó ed a Planadas. È un dato, questo, che colpisce e che smentisce le previsioni degli osservatori.

A suo tempo, alla firma dell’accordo – raggiunto a L’Avana, Cuba, ma sottoscritto a Cartagena –, tra le autorità internazionali presenti, v’era anche il Segretario di Stato vaticano, il card. Pietro Parolin. Ma c’è di più. Lo stesso papa Francesco ha scelto di scendere personalmente in campo a favore dell’intesa: «Santos sta rischiando tutto per la pace – ha pubblicamente dichiarato, in udienza – ma la controparte sta rischiando tutto per continuare la guerra». Ed ancora: «Prometto che, quando l’accordo verrà sancito dal referendum, io verrò in Colombia ad insegnare la pace». A correggere il tiro, appena dopo il voto, è stato il presidente della Cec, Conferenza episcopale di Colombia, mons. Luis Augusto Castro Quiroga, che a Radio Vaticana ha dichiarato: «Non è che alcuni dicano sì alla pace e altri dicano no. Quelli che dicono no considerano che l’accordo vada corretto in alcuni punti, però anche loro vogliono la pace. Questo non è un caso di guerra e pace». Molto chiaro: una rettifica dovuta, ma è certo imbarazzante, poiché contraddice il Santo Padre.

José Galat, Rettore dell’Università La Gran Colombia, prima del referendum, ha pubblicamente biasimato, con una «Lettera aperta a Sua Santità», l’indicazione di voto pontificia, rivolta in piena campagna referendaria ad un popolo sovrano a maggioranza cattolica, nell’ambito oltre tutto dell’opinabile e senza che abbia nulla a che vedere col Magistero.

Ancor peggio – come ha osservato il prof. Galat – è che il Papa abbia non solo detto cosa votare, ma sia giunto addirittura a bollare come pericolosi guerrafondai quanti non siano d’accordo col presidente Santos e con l’accordo in questione, ciò che si configura come «un abuso di potere inammissibile». Anche perché qui, in gioco, non c’è un patto tra gentiluomini, tutt’altro. C’è molto di più. E, nella sua «Lettera aperta», il prof. Galat lo svela, punto dopo punto: «Santità, non so se Lei sia al corrente, come difensore della famiglia quale Lei deve essere, che quest’accordo, tra le altre aberrazioni, legalizza ed istituzionalizza l’“ideologia di genere”. Non so se Lei sappia che le Farc mai han mostrato alcun segno di pentimento per i sequestri, le estorsioni, lo spargimento di sangue innocente e per i crimini contro l’umanità compiuti. Non so se Lei sappia che alla base di questo accordo c’è il Socialismo del XXI secolo, un sistema classista, statalista, ateo ed ingiusto, fallito benché rabbiosamente i leader delle Farc cerchino di imporlo in Colombia, proprio nel momento in cui ha perso vigore nel resto del mondo».

Anche le minime “concessioni” fatte rischiano di tramutarsi in una colossale presa in giro: ad esempio, Néstor Humberto Martínez, da poco nominato Procuratore Generale della Colombia, ha messo in guardia la Camera dei Rappresentanti: i territori abbandonati dalle Farc, infatti, sono stati subito rioccupati dai cosiddetti «dissidenti» delle Farc, dal sedicente Esercito di Liberazione Nazionale e dai narcotrafficanti. Morale: in realtà, non è cambiato nulla, al punto da spingere Martínez a sollecitare un intervento immediato e deciso del governo.

Per questo, il prof. Galat ha concluso la propria «Lettera Aperta» al Papa, chiedendosi se le parole del Vicario di Cristo in terra non siano, in realtà, «frutto di posizioni personali e di informazioni faziose provenienti dalla teologia della liberazione. Stupiti, registriamo come questa sia la prima volta nella storia di un Papato in cui un Pontefice rilascia alla stampa mondiale dichiarazioni, che han la pretesa di manipolare gli elettori di una nazione, per indurli a votare in un determinato modo, senza offrire alternative, eliminando così di fatto ogni libertà di coscienza».

Per questo la sonora bocciatura registrata alle urne dall’intesa ha avuto anche l’effetto implicito di ridimensionare ulteriormente il prestigio di papa Francesco, minandone la credibilità e mortificandone l’autorevolezza. Una figuraccia decisamente evitabile, benché subito silenziata dalle grancasse rappresentate dai media di tutto il mondo. Davvero una gran brutta faccenda (Mauro Faverzani)

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