Bonifacio VIII il Papa del primo Giubileo

(di Lorenzo Benedetti) Sin dai primi secoli, i Cristiani avevano stabilito l’usanza di recarsi in pellegrinaggio a Roma per pregare sulle tombe dei martiri, come gesto spontaneo di fede, tanto che nacque la leggenda secondo cui ogni centesimo anno il pellegrinaggio assicurasse l’indulgenza plenaria. Fu così che, nel 1300, un Pontefice prestò fede a questa consuetudine per incrementare la devozione…

Benedetto Caetani, discendente da un’illustre famiglia, nacque ad Anagni nel 1249 e studiò diritto a Bologna. Acuto e determinato, si fece strada nella Curia e gli furono affidate, in virtù della sua ferrea volontà e brillante intelligenza, importanti missioni diplomatiche in Francia e Inghilterra: il successo conseguito lo portò al titolo cardinalizio, e acquisì grande potere e prestigio.

Nel 1294 fu elevato a Sommo Pontefice Celestino V, santo e pio eremita che non seppe, nonostante gli sforzi, reggere il timone della Chiesa e, pressato dalle trame politiche e dall’inadeguatezza personale, abdicò. Il cardinal Caetani fu eletto al suo posto: il suo temperamento intrepido e conscio della propria superiorità, sembravano essenziali per assicurare alla Chiesa una guida decisa. Bonifacio VIII si pose in contrasto con il Re di Francia, che voleva interferire nel potere ecclesiastico, agì contro i nemici personali, scomunicò gli oppositori e si attirò le accuse infondate di blasfemia, sete di potere e di ricchezze dai nemici, politici e letterati, primi fra tutti Jacopone da Todi e Dante Alighieri. La sua azione, talvolta autoritaria, fu dettata dalla sua volontà di affermare la supremazia del Papato, minacciata dal potere temporale, e il ruolo del Vicario di Cristo, il solo che potesse regolare la vita terrena ed assicurare la salvezza delle anime.

La cura delle anime e la volontà di ribadire la centralità di Roma portarono il Pontefice alla decisione di istituzionalizzare la pratica devozionale alle tombe degli Apostoli: il 22 febbraio dell’anno 1300 siglò la bolla Antiquorum habet fida relatio, con la quale indisse il primo Giubileo, da ripetersi ogni cento anni. Stabilì che chi si fosse recato nell’anno a Roma, in visita alle Basiliche di San Pietro e di San Paolo fuori le Mura, ricevesse la remissione plenaria dei peccati: in questo modo focalizzò anche l’attenzione sul martire che più aveva diffuso il Cristianesimo e sul primo Pontefice. La bolla conteneva anche le disposizioni per ottenere l’indulgenza: i Romani avrebbero dovuto, a seguito di confessione e autentico pentimento, visitare per trenta giorni le Basiliche con spirito di preghiera e devozione, mentre i pellegrini quindici per ricevere il perdono dei peccati; ne restarono esclusi i Siciliani, che avevano rifiutato di sottomettersi al Papa, i Colonna, che avevano cercato di destituirlo, e chiunque agisse a favore degli Infedeli o dei nemici della Chiesa.

La cronaca del primo Giubileo è raccontata dalla coeva testimonianza del cardinale Jacopo Stefaneschi, nel Liber de Centesimo sive Jubileo: il prelato narra di come uomini e donne di qualunque classe sociale si riversarono a Roma da ogni parte d’Europa, tanto che «cominciò a minacciare carestia, perché si stimava non sarebbero bastati a così gran numero i forni e i molini che già esistevano»; giunsero malati nelle lettighe, anziani, folle di gente che «sembravano un esercito o uno sciame» per ricevere «l’effusione dello Spirito Santo». Scrive Dante, nel canto 18 dell’Inferno, che i pellegrini furono così tanti che furono istituiti due sensi di marcia sui ponti: arrivarono ungheresi, tedeschi, francesi, anche grazie alla pace regnante in Italia. Tra i visitatori illustri, le cronache segnalarono Cimabue e il suo allievo Giotto, Giovanni Villani e, probabilmente, lo stesso Dante, il poeta che sul viaggio dell’anima al porto beato dell’eternità scriverà la Divina Commedia, consapevole che al di fuori della Chiesa non vi è salvezza. (Lorenzo Benedetti)

 

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