Basta falsità: gli aborti non sono una forma di contraccezione

Philippe SchepensIntervista su Radici Cristiane al dott. Philippe Schepens, membro sin dalla fondazione della Pontificia Accademia per la Vita.

Aborto, eutanasia, pillola del giorno dopo,… Sono tanti gli attentati alla vita, oggi. Sostenute oltre tutto da società potenti e internazionali, che agiscono nell’ombra… E chi pratichi l’obiezione di coscienza in Europa è già discriminato o tagliandogli le retribuzioni o escludendolo dalle università. Ma i cattolici devono far sentire la loro voce. Con la testimonianza. E mostrando che “la cultura della vita dà un risultato terapeutico migliore della cultura della morte”

Voluto da Sua Santità Giovanni Paolo II quale membro del Consiglio Direttivo della Pontificia Accademia per la Vita fin dal 1994, il dott. Philippe Schepens è un medico belga da sempre in prima linea nella difesa della vita, dal concepimento fino alla morte naturale. E’ attualmente Presidente dell’Associazione belga dei Medici cattolici e Segretario generale della World Federation of Doctors Who Respect Human Life. Varie volte è venuto in Italia per conferenze e convegni.
Oggi proprio la Pontificia Accademia per la Vita, di cui fa parte sin dalla fondazione, è chiamata a confrontarsi con le nuove sfide, poste dalla scienza. Quali?

“Oltre alle vecchie sfide note fin dalle leggi sul divorzio, la contraccezione e l’aborto -risponde- dobbiamo affrontarne una serie di nuove, che spesso però derivano dalle vecchie, quelle per le quali i governi hanno preferito ascoltare la voce degli atei anziché la nostra. Ad esempio, la legalizzazione dell’eutanasia nei Paesi dove siano già state votate leggi che permettono di uccidere i malati inguaribili: oggi qui si stanno estendendo tali le “indicazioni” anche sui bambini e sui malati mentali. Oppure il problema delle cellule staminali: i nostri oppositori continuano a volere ad ogni costo sacrificare embrioni umani vivi per ottenerle, quando si potrebbero benissimo ricavare con mezzi del tutto leciti sulle persone adulte”.

La Conferenza episcopale tedesca, seguita da quella spagnola, sembra essersi aperta alla pillola del giorno dopo. Qual è la sua opinione su questo tema? La Chiesa può cambiare il suo insegnamento su tali questioni?

“La Chiesa non cambierà i principi sui quali si basano i suoi insegnamenti, descritti nelle encicliche Gaudium et Spes e Humanae Vitae. L’espressione “pillola del giorno dopo” è estremamente ambigua, poiché comprende sia gli ormoni steroidei, che possono impedire la fecondazione, sia l’annidamento dell’embrione umano, che è un individuo della specie umana a uno stadio molto precoce del suo sviluppo. Il principio “in dubiis abstine” (nelle situazioni ambigue astieniti) qui sembra completamente dimenticato. Avendo seguito io stesso, quale esperto medico, diversi casi di gravidanze dopo uno stupro, tra cui quella di una ragazza di 16 anni, mi ha colpito come in realtà queste donne incinte non volessero in alcun caso un aborto, nonostante le pressioni intorno a loro fossero enormi da parte soprattutto di alcuni membri della famiglia. La ragione principale per la quale queste donne si opponevano all’aborto era il rifiuto di uccidere qualcuno che è “comunque il proprio figlio”. Poiché è diabolico uccidere il più innocente dei tre protagonisti di uno stupro, che resta un atto scandaloso”.

In Irlanda ci si batte per impedire la legalizzazione dell’aborto che l’Europa vorrebbe imporre a questo Paese, come a Malta. Perché questa cultura della morte?

“Perché è stata sostenuta dalle società di pensiero potenti e internazionali da più di mezzo secolo, gruppi che operano nell’ombra e di cui si leggono raramente le finalità. Tuttavia succede che alcuni loro capi pubblichino delle “confessioni”. A questo proposito non possiamo che raccomandare di leggere il libro del dottor Pierre Simon, De la Vie avant toute Chose (Ed. Mazarine, Paris 1979). Pierre Simon (1925-2008) è stato un ginecologo, ex funzionario del ministero della salute cosiddetta pubblica a Parigi ed ex Gran Maestro della Gran Loggia di Francia. Lo considero una fonte valida e seria”.

L’aborto non è propagato come un’altra forma di contraccezione?

“Benché tutti i difensori dell’aborto lo neghino, è evidente che in pratica, come affermava già più di mezzo secolo fa il dottor Alan Guttmacher, fondatore della sezione scientifica dell’”International Planned Parenthood Federation”, “non vi è contraccezione seria senza un aborto come rimedio”. In altre parole l’aborto fa parte della contraccezione nel senso che è indispensabile per compensare i fiaschi di quest’ultima, che sono molto più frequenti di quanto sostengano le aziende che vendono questi ormoni contraccettivi. Inoltre in questo tempo in cui ci martellano con l’ecologia, è strano che gli ormoni steroidei vietati per gli animali siano invece raccomandati alle donne, affinché i partner possano soddisfare i loro appetiti sessuali. Le cosiddette “pillole” sono ormoni steroidei molto simili a quelli che si danno agli animali per poter vendere più carne. Bisognerebbe raccomandare a tutti coloro che prendono questi ormoni di leggere bene il foglio illustrativo che le aziende farmaceutiche sono tenute a mettere nelle confezioni. Alcune organizzazioni americane pro-life li stampano a caratteri molto più grandi per facilitarne la lettura”.

Si parla spesso della riduzione del numero di aborti negli ultimi anni. Ciò non sarebbe legato a una contraccezione sempre più imposta e diffusa tra i giovani?

“Sicuramente, poiché la contraccezione principalmente mediante gli ormoni steroidei è attualmente considerata “normale” nella maggior parte dei Paesi occidentali e quindi è praticata dalla stragrande maggioranza delle donne in età per procreare. La denatalità osservata dagli occidentali dall’inizio degli anni ’70 fa sì che vi siano in cifre assolute meno aborti”.

In America Obama vorrebbe impedire l’obiezione di coscienza per i medici e gli infermieri cattolici. Si può arrivare a simili imposizioni? Qual è la situazione in Europa?

“Ma questo esiste già in molti Paesi europei. Ufficialmente ogni medico è libero di rifiutare di praticare l’aborto o l’eutanasia, ma in molti Paesi, e in tutti i Paesi anglosassoni, il servizio sanitario nazionale rifiuta di retribuire i ginecologi che sono contro l’aborto. Inoltre i capi reparto di ginecologia delle università spesso non vogliono ammettere assistenti che siano contro l’aborto. Per il personale infermieristico la situazione è ancora più drammatica, poiché si nega la retribuzione a infermieri e infermiere che, come si dice, “rifiutano alla popolazione di offrire tutte le cure necessarie”, tra cui l’aborto”.

Secondo lei quali sono i mezzi che i cattolici dovrebbero utilizzare per riaffermare una vera cultura della vita?

“Poiché i cattolici praticanti e convinti sono diventati una minoranza, spesso non possono impedire che le leggi inique siano votate nei parlamenti. Inoltre la maggior parte delle facoltà di medicina delle università cattoliche oggi ritengono che la posizione della Chiesa sia superata, retrograda rispetto ai progressi delle scienze mediche, di conseguenza non si può più contare su questo sostegno. Mi sembra che per questi cattolici animati da un desiderio di promuovere una vera cultura della vita, la testimonianza resta importante, devono osare difendere la vita in tutti i luoghi pubblici in cui hanno accesso. Gli ospedali, la cui direzione e i cui membri del corpo medico e infermieristico vogliono seguire l’insegnamento della Chiesa, devono, con il loro esempio dimostrare che la capacità e la coscienza professionale rendono le cure offerte ai malati ricoverati nella loro istituzione migliori che altrove. Che la cultura della vita dà un risultato terapeutico migliore della cultura della morte. Che la nostra cultura è il vero progresso, che fa avanzare la civilizzazione verso un futuro ancora più umano e nel quale la vita ha una qualità ben più alta che nei luoghi in cui si uccidono persone alle due estremità della vita umana”.
(RC n. 84 – Maggio 2013)

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