“Apologia della Tradizione” di Roberto de Mattei

(di Cristina Siccardi su “Messainlatino“) ” Il Concilio Vaticano II ha prodotto documenti, ma non è, esso stesso, un documento: come ogni Concilio è innanzitutto un evento, un momento della storia della Chiesa che, come tale, si pone su di un piano fattuale e non veritativo. Mentre il dogma formula una verità, che una volta formulata trascende per così dire la storia, il Concilio, i Concili, nascono e muoiono nella storia e dagli storici possono essere giudicati.” (R. de Mattei)
Sulla copertina dell’ultimo libro di Roberto de Mattei c’è san Gerolamo (347-419/420); si tratta del celebre affresco «San Gerolamo nello studio» (ca. 1480) di Domenico Ghirlandaio (1449-1494) e conservato nella chiesa di Ognissanti a Firenze. I libri aperti e i cartigli, con scritte in greco e in ebraico, rimandano alla sua attività: fu il primo traduttore della Bibbia dal greco e dall’ebraico al latino, la cosiddetta Vulgata.

Ghirlandaio ha voluto raffigurarlo pensieroso, mentre pone il suo sguardo a chi lo osserva. Questo Dottore della Chiesa, garante della Tradizione cattolica, guarda noi, ci scruta e con il viso appoggiato alla mano sinistra, mentre l’altra mano è in atteggiamento di scrittura, sembra dire: «ma che ne avete fatto della Tradizione che vi abbiamo consegnato»?
Il libro porta un titolo decisamente interessante: Apologia della Tradizione. Proscritto a Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta (Lindau, pp. 164, € 16.00).

Sulla base della teologia più sicura, quale quella della Scolastica (e di san Tommaso d’Aquino in particolare), della Contro-Riforma e della Scuola romana del XIX e XX secolo, che si prolunga nel XXI grazie alla figura straordinaria di Monsignor Brunero Gherardini, e sulla base del Magistero dei Sommi Pontefici, de Mattei si fa ripetitore della posizione della Tradizione della Chiesa, quella che la rende Santa e Immacolata.

Questo studio è la risposta più bella a coloro che hanno cercato, con argomenti poveri e a volte meschini, di confutare l’opera Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta (Lindau), che è valsa al suo autore il Premio Acqui Storia 2011. Possono seri teologi e seri storici osservare gli accadimenti malsani della e nella Chiesa? Oppure devono far finta di nulla e per ossequio non alla Verità, ma all’autorità, accettare come buono ed efficace tutto ciò che da quest’ultima deriva? «Splendore Veritatis gaudet Ecclesia» («La Chiesa si compiace del rifulgere della Verità», così affermò Leone XIII (1810-1903) il 4 maggio 1902 ai rappresentanti degli Istituti storici stranieri a Roma.

La Chiesa ha sempre, prima o poi, reso omaggio a chi le ha dimostrato amore, contribuendo a mantenerla come la volle il suo Fondatore, cioè pura da ogni errore ed eresia, anche con la critica, che l’amore rende sempre costruttiva. La storia della Chiesa non è mai stata pacifica. Persecuzioni esterne e persecuzioni interne, eresie, malvagità, corruzioni di varia origine l’hanno continuamente aggredita, poiché Ella è composta da uomini, poiché la sua parte militante è composta di uomini concepiti con il peccato.

Allora ben vengano persone coraggiose che non si nascondono nel comodo «seguire la corrente». Lo stesso Leone XIII incoraggiava coloro che andavano ad esaminare le piaghe della Chiesa, come risulta dalla sua enciclica Depuis le jour indirizzata ai vescovi e al clero di Francia (8 settembre 1899): «Lo storico della Chiesa sarà tanto più efficace nel farne rilevare la sua origine divina, superiore ad ogni concetto di ordine puramente terrestre e naturale, quanto più sarà stato leale nel non dissimulare nulla delle sofferenze che gli errori dei suoi figli, e alle volte anche dei suoi ministri, hanno causato nel corso dei secoli a questa Sposa di Cristo.

Studiata così la storia della Chiesa anche da sola costituisce una magnifica e convincente dimostrazione della verità e della divinità del Cristianesimo» (1).

de Mattei, nello scrivere la sua Apologia, fa riferimento, in particolare, a due opere di storici che si sono permessi di indagare la storia della Chiesa con occhio lucido e disincantato, opere molto apprezzate dallo stesso Leone XIII e da san Pio X (1835-1914): La Storia universale della Chiesa (che va dalla nascita della Chiesa al pontificato di Leone XIII) del Cardinale Josef Hergenröther (1824-1890) e Storia dei Papi dalla fine del Medioevo del barone Ludwig von Pastor (1854-1929).

Gli errori possono accadere ai figli della Chiesa, ai suoi ministri, ai suoi Pastori, ai suoi capi supremi, sbagli che non riguardano soltanto la loro esistenza personale, ma anche il munus più alto a loro affidato, ossia l’esercizio del governo. «L’infallibilità del Magistero della Chiesa non significa che essa non abbia conosciuto nel corso della sua storia scismi ed eresie che hanno dolorosamente diviso i successori degli Apostoli e, in taluni casi, lambito la stessa Cattedra di Pietro» (2).

Gli errori che l’hanno allontanata dalla Verità, veicolata dalla Tradizione, non hanno però tolto nulla alla grandezza e indefettibilità del Corpo Mistico di Cristo, perché la santità è parte integrante della Chiesa. Disse Monsignor Pio Cenci, il quale curò l’edizione italiana della Storia dei Papi dalla fine del Medioevo di von Pastor: «Non c’è nulla da temere: ho detto tutto, però l’ho detto come un figlio costretto a svelare i falli di una dilettissima Madre» (3). Lo stesso von Pastor, sul letto di morte, dichiarò: «Dite al Papa che l’ultimo palpito del mio cuore è per la Chiesa e il Papato».

Non possono gli studiosi intossicati di modernismo (proprio loro che da sempre si gloriano di essere scientifici nei pensieri come negli studi), coscienti o non coscienti di esserlo, biasimare chi, con rigorosi strumenti storiografici, compie ricerche e approfondimenti per far luce su fatti ed eventi, e sulle cause di quei fatti e di quegli eventi. «Se i fatti storici pongono problemi teologici, lo storico non può ignorarli e deve portarli alla luce, richiamandosi sempre alla dottrina della Chiesa.

Allo stesso modo, sul piano teologico, tutti i battezzati hanno il diritto di sollevare problemi e porre questioni alle legittime autorità ecclesiastiche, anche se nessuno ha la facoltà di sostituirsi al supremo Magistero della Chiesa per risolvere in maniera definitiva i punti controversi» (4).

Perché san Gerolamo poté tradurre? Perché sant’Atanasio (ca. 295-373), pur condannato e scomunicato, deposto dalla sua cattedra episcopale, venne poi riconosciuto campione della Fede ortodossa? Perché san Paolino (300-358), Vescovo di Treviri, fu quasi il solo a battersi per la Fede nicena e fu esiliato in Frigia, dove morì a causa degli ariani? Perché sant’Agostino (354- 430) impugnò i pelagiani? Perché fu concesso a san Cirillo di Alessandria (370-444) di fronteggiare vittoriosamente Nostorio? Perché i santi abati di Cluny, mentre il Papato viveva un periodo di grande abiezione, fu permesso di trasformare uomini e istituzioni del Medioevo? L’essenza di Madre Chiesa non è mai stata inquinata, neppure quando gli uomini di Chiesa hanno deviato nella Fede, nei principi, nell’etica.

A tenere viva la fiamma sopra al moggio sono state figure auree di intelligenza, di zelo, di ardore, di alte virtù teologali e cardinali. Così accadde anche durante il Sacro Romano Impero quando agirono personalità come santa Matilde (ca. 895-968), santa Adelaide (931-999), reggente del Sacro Romano Impero e del Regno di Francia, sant’Enrico II (973 o 978-1024) e la consorte santa Cunegonda (978 circa-1039).

Perché storici e teologi possono studiare, indagare, cercare di capire ciò che non funziona nella Chiesa? Non si tratta di lesa maestà, ma di amore per ciò che Cristo edificò sulla pietra. Risponde de Mattei: «Prima di essere storici e teologi, gli studiosi cattolici sono membri del Corpo Mistico di Cristo e hanno non solo il diritto, ma il dovere di occuparsi, con la competenza che è a loro propria, di tutte le questioni di fede e di morale di cui la Chiesa, e solo Essa, è custode e maestra.

Ogni fedele, quale che sia la sua posizione e il suo ruolo nella Chiesa e nella società civile, ha il diritto di sollevare questioni e di interpellare l’autorità ecclesiastica perché le risolva, attraverso la parola suprema del suo Magistero» (5) infallibile.

Allora accade che Dio permetta al gregge di difendersi. Afferma, infatti, dom Prosper Guéranger (1805-1875): «Di regola, senza dubbio, la dottrina discende dai vescovi ai fedeli; e non devono i sudditi giudicare nel campo della fede i capi. Ma nel tesoro della rivelazione vi sono dei punti essenziali dei quali ogni cristiano, per ciò stesso ch’è cristiano, deve avere la necessaria conoscenza e la dovuta custodia» (6).

Vescovi, dottori, monaci e monache si sono rivelati diga provvidenziale per arrestare errori e difetti. I primi tre secoli del Cristianesimo furono bagnati dal sangue dei martiri. Il IV secolo, invece, vide il grande pericolo dell’Arianesimo. Il beato John Henry Newman (1801-1890), nel 1859, già convertitosi al Cattolicesimo grazie ai Padri della Chiesa, grazie alla Tradizione, grazie alla liturgia che aveva ammirato a Roma, in Sicilia e a Milano, scrisse un articolo nel quale affermò che durante la crisi ariana l’Ecclesia docens non si era sempre dimostrata come attivo strumento della Chiesa infallibile.

Mirabile ciò che poi asserisce nel suo peculiare ed analitico studio sugli ariani: «Voglio dire che in quel tempo di immensa confusione il divino dogma della divinità di Nostro Signore fu proclamato, inculcato, mantenuto e (umanamente parlando) preservato molto più dalla Ecclesia docta che dalla Ecclesia docens; che il corpo dell’episcopato fu infedele al suo incarico, mentre il corpo del laicato fu fedele al suo battesimo; talora il Papa, talora le sedi patriarcali e metropolitane e altre di grande importanza, talaltra i concili generali, dissero ciò che non avrebbero dovuto o fecero cose che compromisero od oscurarono la verità rivelata; mentre d’altro canto, fu il popolo cristiano che, sotto la protezione della Provvidenza, costituì la forza ecclesiastica di Atanasio, Ilario, Eusebio di Vercelli e di altri grandi e solitari confessori che avrebbero fallito senza di esso» (7).

Durante i sessant’anni della crisi ariana venne meno un pronunciamento infallibile della Chiesa docente, che brancolava nella confusione, eppure il sensus fidei conservò l’integrità della Fede. Il sensus fidei, attraverso il quale lo Spirito Santo opera nella Sposa di Cristo, ha più volte salvato la barca di Pietro.

In due millenni di vita la Chiesa ha dato di sé manifestazioni e prove eccelse, ma anche penose e dannose. Pensiamo, per esempio, a cosa fu la Roma di Leone X che, catturato dal mondo, badò maggiormente agli artisti, ai musici, ai commedianti, alle vanità che alle mansioni di un Pontefice.

Tuttavia proprio in questo tempo, quando Lutero non era ancora noto, nella Chiesa sorsero le Compagnie del Divino Amore: un movimento nato e cresciuto a Genova intorno a santa Caterina Adorno de’ Fieschi (1447-1510); poi vennero coloro che fecero smagliante la Chiesa, seppur in un tempo di buio e di fuliggine: san Gaetano di Thiene (1480-1547), fondatore dei Teatini, san Filippo Neri (1515-1595), fondatore degli Oratoriani, san Giovanni di Dio (1495-1550), fondatore dei Fatebenefratelli, sant’Antonio Maria Zaccaria (1502-1539), fondatore dei Barnabiti, san Girolamo Emiliani (1486-1537), fondatore dei Somaschi, sant’Angela Merici (1474-1540), fondatrice delle Orsoline, sant’Ignazio di Loyola (1491-1556), fondatore dei Gesuiti, san Vincenzo de’ Paoli (1581-1660), fondatore dei Preti della Missione, san Francesco di Sales (1567-1622) e santa Giovanna Francesca di Chantal (1572-1641), fondatori della Visitazione, santa Teresa d’Avila (1515-1582), la grande riformatrice del Carmelo. «Per scrivere la storia della Chiesa bisognerebbe conoscere e narrare le eroiche imprese di questi uomini e donne, che raggiunsero la santità sotto l’influsso della grazia divina» (8).

La Chiesa, dunque, pur attraversando tempeste di ogni sorta non perde, grazie al suo Capo, che è Cristo, la santità delle sue membra, membra che possono identificarsi a volte nei Pontefici, a volte nei dotti, a volte nei semplici, a volte nel clero, a volte nei religiosi, a volte nei fedeli… dipende dalla volontà di Dio.

I ventuno Concili che si sono susseguiti nel corso dei secoli non sono stati mai indolore e pacifici, ma spesso tribolati, sia prima del loro svolgersi, sia durante, sia dopo. Scisma d’Oriente, scisma d’Occidente, Papi, antipapi, conclavi e contro conclavi, intrighi. «L’arrendevolezza di fronte ai nemici della Chiesa è, nel corso della storia, il difetto più ricorrente di coloro che sono chiamati ad esercitare la suprema autorità di governo. […].

L’assistenza dello Spirito Santo non significa che l’elezione del Papa goda di “infallibilità”, così come non significa che nel conclave venga necessariamente scelto il candidato migliore. Se l’elezione è valida, spiega il cardinale Journet (9), anche quando fosse il risultato di intrighi e di cattive scelte, si ha la certezza che lo Spirito Santo, che assiste la Chiesa volgendo al bene anche il male, permette che ciò avvenga per fini superiori e misteriosi» (10).

Ecco che abusi e idee corrotte vengono a contaminare i sacri abiti, seminando zizzania e infedeltà, mondanità e turpitudine di portata tale che non sono sufficienti pochi anni per ristabilire ordine e fedeltà, ortodossia e integrità di pensiero e di Fede. «Però nessuno si meravigli», recita un’istruzione di Papa Adriano VI (1459-1523), che il nunzio Francesco Chieregati (1479-1539) lesse alla Dieta di Norimberga il 3 gennaio 1523, «se non li eliminiamo d’un colpo solo tutti gli abusi, giacché la malattia ha profonde radici ed è molto ramificata. Si farà quindi un passo dopo l’altro e dapprima si ovvierà con medicine appropriate ai mali gravi e più pericolosi affinché con un’affrettata riforma di tutte le cose non si ingarbugli ancor più il tutto» (11).

È interessante notare come tutti i primi 37 Pontefici della storia della Chiesa furono santi e quasi tutti martiri, mentre, nel secondo millennio, i Pontefici canonizzati sono pochi e nessuno con la palma del martirio, ma sono caratterizzati dall’intransigenza e dalla loro militanza in quanto si sono fermamente opposti ai nemici della Fede e della civiltà cristiana, si tratta di Gregorio VII (1020/1025-1085), di Pio V (1504-1572) e di Pio X.

Il venerabile Pio Brunone Lanteri (1759-1830), fondatore dell’Amicizia Cattolica di Torino, alla quale apparteneva Joseph de Maistre (1753-1821), apologeta del Papato, sosteneva che «il santo Padre può tutto, “quodcumque solveris, quodcumque ligaveris etc. (12)” è vero, ma non può niente contro la divina costituzione della Chiesa; è vicario di Dio, ma non è Dio, né può distruggere l’opera di Dio» (13).

Irrinunciabile risulta, dopo il discorso di Benedetto XVI alla Curia romana del 20 dicembre 2005, proseguire il dibattito e la disamina del pastorale Concilio Vaticano II che tanti problemi ha creato all’interno della Chiesa e nella Fede di clero e credenti, che si dicevano cattolici e che oggi non capiscono più che cosa sono veramente perché uomini di Chiesa hanno tradito la Fede di sempre, dialogando con l’errore, con i lontani, con le altre religioni, con i governi liberali, distanti anni luce da Cristo Re, presumendo di avere qualcosa da imparare da loro e dimenticando, così, di essere depositari della Verità assoluta di Nostro Signore Gesù Cristo e, quindi, di Dio.

Il prezioso ed esplicativo libro di de Mattei chiarisce come il Magistero sia chiamato ad alimentarsi alla Tradizione ed esso non si identifica con la Chiesa «perché di Essa costituisce una funzione e da Essa è esercitato per insegnare le Verità rivelate» (14). La Tradizione, essendo verità, non va interpretata, bensì spiegata, definita e, soprattutto, ricevuta e trasmessa.

Monsignor Gherardini definisce perfettamente la Tradizione: «è la trasmissione ufficiale, da parte della Chiesa e dei suoi organi a ciò divinamente istituiti, e dallo Spirito Santo infallibilmente assistiti, della divina Rivelazione in dimensione spazio-temporale» (15).
Mentre il Cardinale Louis Billot (1846-1931) spiega che la Tradizione è la «regola di fede anteriore a tutte le altre»: sempre uguale a se stessa (16), come uguale a se stessa è la Fede, di cui la Tradizione è esplicitazione, e come uguale a se stesso è Cristo, che è il contenuto e l’anima della Fede e, quindi, della Tradizione.

Cristina Siccardi

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