Adozioni omosessuali? No. Mai

Adozioni omosessuali? No. Mai(di Giuliano Guzzo su Radici Cristiane) C’è famiglia solo dove c’è matrimonio, e matrimonio solo con marito e moglie. Ogni bambino ha diritto a un padre e una madre.

Il 2013 è iniziato all’insegna delle coppie gay: in Francia il primo bambino partorito nel nuovo anno è stato Sacha, nato in una “famiglia” con due mamme, e lo stesso sembra essere avvenuto a Padova, dove fra i primi a nascere c’è un bimbo destinato purtroppo a crescere senza papà.

A rendere il tema ancora più dibattuto ci ha poi pensato, da noi, la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 601 dell’11/1/2013, ha precisato che «è da dimostrare» che «sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale». Così l’onere della prova, anziché a quanti criticano la famiglia tradizionale, ricade sugli scettici verso le “nuove famiglie”, le quali godono di sponsor eccellenti: è di poco tempo fa la notizia che l’Europa ha stanziato 620.000 Euro per studiare come uniformare e sostenere a livello normativo le famiglie gay (Cfr. Corriere del Trentino, 23/1/2013).

Ma come si è potuti arrivare a questo punto? Com’è stato possibile approdare a un così imponente sostegno alle adozioni omosessuali?

La vera famiglia

Una risposta più giungerci rileggendo quanto Franco Grillini, storico militante gay, affermava già venticinque anni fa: «Ciò che chiediamo (…) è che alla coppia omosessuale, ai conviventi gay, vengano riconosciuti gli stessi diritti della coppia eterosessuale: il diritto cioè alla casa, all’eredità dei beni del convivente e all’assistenza sanitaria, alla reversibilità della pensione, all’affidamento dei figli» (cit. in Rossi Barilli G. Il movimento gay in Italia. Feltrinelli 1999, p. 176). Un pacchetto unico di diritti dunque, dall’«eredità dei beni del convivente (…) all’affidamento dei figli»: questo chiede (pretende?) da decenni il movimento omosessualista.

Quindi è chiaro che nella misura in cui – come oggi propongono persino esponenti cattolici (!) – il mondo politico pensa di elargire o elargisce ai conviventi omosessuali dei diritti anche l’affidamento dei figli, fino a ieri impensabile, si pone come realtà sempre più vicina, che incontra sempre minori resistenze sociali. Se sapessero di deludere la stragrande maggioranza dell’elettorato, infatti, i politici non proporrebbero nemmeno certi provvedimenti. Prima che su quello giuridico o politico, la battaglia per la difesa della famiglia va dunque combattuta sul fronte culturale.

In che modo? Ricordando che c’è famiglia solo la laddove vi sono un uomo e una donna che contraendo il vincolo matrimoniale si aprono alla possibilità di diventare genitori. Una verità, questa, che nulla ha di cattolico e che attraversa – pur nelle inevitabili variazioni culturali e storiche – tutte le civiltà. Abbiamo notizie di prime unioni tra uomini e donne già nell’alto paleolitico e uno studioso stimatissimo e non certo tacciabile di confessionalismo quale Claude Lévi-Strauss (1908 – 2009) ebbe ad annotare che se analizzassimo «l’immenso repertorio delle società umane su cui, a partire da Erodoto, abbiamo informazioni, tutto quello che» potremmo «dire sul punto che ci interessa che la famiglia coniugale vi è frequentissima, e che, dove essa sembra mancare, si tratta in generale di società molto evolute». Non solo: quando si tratta di definire «proprietà invarianti, o caratteri distintivi della famiglia» non seguendo il Vangelo o il Corano ma «sommando le informazioni raccolte – scrive Lévi-Strauss – nelle società più disparate», si giunge a queste conclusioni: «1. La famiglia trae origine dal matrimonio; 2 Essa comprende il marito, la moglie, i figli nati dalla loro unione […]; 3 I membri della famiglia sono uniti fra loro da: a) Legami giuridici; b) Diritti ed obbligazioni […] c) Un reticolo preciso di diritti e divieti» (Le regard éloigné, Librairie Plon, Paris 1983).

Gli errori della Cassazione

Parlare di famiglia senza matrimonio e di matrimonio senza marito e moglie, insomma, è un assurdo che contraddice quanto emerge «sommando le informazioni raccolte nelle società più disparate». Senza dimenticare che, diversamente da quanto affermato dalla Cassazione, non mancano riscontri di quanto «sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale».

Infatti, se da un lato sappiamo che nessuno dei 59 studi internazionali a supporto della non pericolosità della crescita in una coppia omosessuale dimostra questa tesi (Cfr. “Social Science Research” 2012, 41 (4): 735–770), d’altro lato recenti rilevazioni hanno messo in luce come il 12% dei figli di genitori omosessuali pensi al suicidio (contro il 5% di figli di coppie etero), come questi siano più propensi al tradimento (40% contro il 13%), alla disoccupazione (28% contro l’8%) al ricorso alla psicoterapia (19% contro l’8%).

Ma al di là di quel che afferma la letteratura, c’è poi un altro piano, forse ancora più importante, sul quale vale la pena interrogarsi. È quello della ragione, che ci pone dubbi sui quali, specie ultimamente, non ci si interroga abbastanza o non si interroga affatto: chi siamo noi per proibire a un bambino di crescere senza un padre o senza una madre? In base a quale legittimazione? Come può permettersi la politica di sottrarre al fanciullo il suo fondamentale diritto – ribadito dalla Convenzione sui diritti del fanciullo del 20/11/1989, art. 7 – «a conoscere i suoi genitori e ad essere allevato da essi»? Basterebbe soffermarsi su domande come queste, in fondo piuttosto elementari, per arginare l’attuale deriva.
(RC n. 82 – Marzo 2013)

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