ABORTO: quando l’aborto procurato uccide anche la madre

Gabriella-Cipolletta

(di Tommaso Scandroglio) Ecco i fatti. Gabriella Cipolletta, di anni 19, sta assumendo un farmaco per curare un fungo della pelle. Ad un certo punto scopre di essere incinta e il medico curante – così pare – le suggerisce di abortire perché il farmaco potrebbe causare delle malformazioni al feto.

Allora la ragazza, all’undicesima settimana di gravidanza, si reca al Cardarelli di Napoli per sottoporsi all’intervento, ma durante l’operazione muore. E così ovviamente anche il figlio che portava in grembo. Caso di aborto micotico.

La reazione dei media è stata la consueta. Tutti a chiedersi cosa è andato storto nell’intervento, di chi è la colpa, perché l’esercizio di un diritto si è trasformato in una condanna a morte, perché se la legge prevede l’aborto sicuro e senza rischi una giovane donna ci deve rimettere la vita e pure nel più grande ospedale del mezzogiorno. E dunque: cosa si è inceppato nella perfetta macchina di morte che è l’aborto di Stato? A noi, a dire la verità, non importa molto trovare le risposte corrette a queste domande, perché il nocciolo della questione è un altro.

In primis affidiamo madre e figlio alla misericordia di Dio. Ogni morte segna un lutto. In secondo luogo abbiamo avuto plastica testimonianza che l’aborto sicuro al 100% non esiste. Difficile non registrare l’imbarazzo di chi ha voluto la 194 perché la mattanza dei figli avvenisse nel rispetto di tutte le garanzie per la salute della donna. Altrimenti – potrebbe appuntare qualcuno – meglio tornare nelle catacombe dell’aborto clandestino.

Però quando si tira in ballo la 194 per dire che è una norma che tutela la salute della donna, oltre a dimenticarsi della sindrome post abortiva che colpisce quasi tutte le donne, si tralascia di aggiungere che l’operazione a cui si sottopone la donna per eliminare il figlio è tre volte più letale del parto. Meglio quindi per la salute della donna – criterio ovviamente mai valido per sopprimere il bambino – continuare la gravidanza piuttosto che portarla a termine.

In terzo luogo vicende come queste alzano il velo, anzi il piumone dell’ipocrisia mediatica. Si parla sui giornali di buona sanità quando ci scappa un solo morto – il bambino – ma diventa malasanità se i morti sono due. Però l’aspetto forse più importante ed anche più delicato di tutta questa faccenda è quella dell’assunzione di responsabilità di chi compie la scelta abortiva.

Lo ripetiamo a favore dei cultori dei nobili sentimenti: È doveroso dispiacersi per ogni persona che su questa terra ha chiuso gli occhi per sempre. Però ciò non toglie che chi si espone consapevolmente ai rischi di un atto illecito dal punto di vista morale (e Gabriella aveva prestato un consenso realmente informato?), ne deve sopportare il peso. La scelta libera e volontaria di compiere un’azione malvagia deve accettare anche i possibili suoi effetti negativi. Non si può invocare una immunità dai pericoli che io stesso ho provocato. Non si può chiedere al legislatore di tutelare il malvivente dai rischi del suo crimine: che il rapinatore di banche non si becchi mai una pallottola dalle forze dell’ordine, ma che venga sempre trattato con in guanti bianchi. La 194 invece vuole proprio questo: compi pure il male, ma in tutta sicurezza. Uccidi tuo figlio, ma a te non venga torto nemmeno un capello.

La riflessione, ce ne rendiamo conto, è assai urticante, ben al di sotto del livello minimo consentito del politicamente corretto e potrebbe suonare, a torto, in un certo modo così: “Te la sei cercata, cara Gabriella”. Ma al di là dei suoni più o meno gradevoli che alcune riflessioni possono ingenerare nei timpani dei lettori, il criterio per interpretare nel modo più corretto possibile questa vicenda di duplice omicidio – uno volontario e l’altro colposo – ci viene ancora una volta dal Vangelo. «Perdona loro perché non sanno quello che fanno» e «di chi spada ferisce di spada perisce». Quest’ultimo brocardo, oltre ad applicarsi a tutte quelle madri che anche se non perdono la vita in sala operatoria durante l’aborto la perdono spiritualmente dopo, si adatta perfettamente al professionista in camice bianco che ha fatto abortire la giovane Gabriella. Il medico tra le cui braccia la ragazza è spirata è lo stesso che la fece nascere. Aspra e cruda nemesi. (Tommaso Scandroglio)

 

Donazione Corrispondenza romana