20 giugno problemi (e fratture) di un evento

Comitato Difendiamo i nostri figli(di Mauro Faverzani) La manifestazione del 20 giugno a Roma ha acquisito una sua innegabile rilevanza. Dopo il Family Day del 2007, le Marce per la Vita svoltesi a Roma tra il 2013 e il 2015 hanno aperto una strada che i promotori del Comitato Difendiamo i nostri figli hanno voluto percorrere, riscoprendo la necessità di reagire anche con una mobilitazione di piazza all’attacco ai “valori non negoziabili” riassunti da Benedetto XVI nella formula «vita, famiglia, educazione».

È forse la prima volta, però, in cui una manifestazione appare controversa agli occhi dei suoi stessi partecipanti, dividendosi già al proprio interno in linee interpretative e correnti di pensiero. Questo è il primo dato oggettivo, cui – al di là di esiti e risultati, numeri e statistiche (Mario Adinolfi ha annunciato 500.000 persone CLICCA QUI) – l’iniziativa promossa dal Comitato Difendiamo i nostri figli pare esser giunta. C’è chi la tira da una parte – i fautori del dialogo e gli assertori della mano tesa – e chi dall’altra – i cattolici convinti che la Verità si affermi combattendo gli errori.

Non a caso sulla stampa, in questi giorni, da “Avvenire” al “Corriere della Sera”, sono apparsi inserti pubblicitari e dichiarazioni contraddittorie da parte degli stessi promotori, quasi si tratti di contrasti interni, oppure di una medesima “regia” machiavellicamente disposta a confondere le acque per raccogliere consensi a destra ed a sinistra. Quale, delle due, sia l’interpretazione corretta o se, viceversa, quella giusta sia una terza, non è dato al momento saperlo.

Di certo, appare necessario – mentre il disordine regna sovrano – fare il più possibile chiarezza, partendo dai pochi fatti sicuri. Anche perché perplessità e difformità non riguardano aspetti di cornice, bensì di sostanza ovvero modi, contenuto ed obiettivi dell’evento. Evento allestito in fretta e furia – s’era detto – per contrastare quel ddl Cirinnà in discussione sulle unioni di fatto (comprese quelle omosessuali), che è stato invece altrettanto rapidamente “derubricato”, e anzi cancellato proprio dagli obiettivi, nella conferenza stampa dell’8 giugno CLICCA QUI e, a quanto pare, ora riproposto.

Sembrava dunque venuto meno il carattere d’urgenza della manifestazione e, almeno in una prima fase, si son dirottate le truppe solo contro la «colonizzazione ideologica della teoria gender nelle scuole», evidentemente ritenuta più importante della tutela della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna. Non tutti si rendono evidentemente conto di come la prima sia la conseguenza inversamente proporzionale della seconda: tanto più la famiglia è protetta tanto meno gender avremo nelle scuole e viceversa.

È questo ad aver creato distinguo, malumori e dissensi tra le stesse fila dei promotori: l’assenza di chiarezza nel messaggio e di lealtà ai princìpi non negoziabili che si vogliono difendere. Il 20 giugno a Roma ci sarà un comizio, il cui taglio verrà dato da chi prenderà la parola. Ma ancora non si sa chi saranno, dato che anche alla conferenza-stampa di presentazione qualcuno è comparso al tavolo per la prima volta e dato che – a detta dello stesso portavoce – il Comitato promotore, avrebbe carattere provvisorio di “scopo”, pur volendosi però porre quale referente unico della cinquantina di sigle ad esso affidatesi.

Di certo, è possibile individuare almeno tre filoni: il primo è quello ideologico del manifesto Sì alla famiglia, guidato da Massimo Introvigne ed Alfredo Mantovano, manifesto che non è stato ufficialmente fatto proprio dal Comitato del 20 giugno, benché il suo portavoce, Massimo Gandolfini, figuri pubblicamente tra i firmatari. La pericolosa insidia di questa posizione sta nel dir formalmente “no” alle “nozze” gay, accogliendo però come «diritti» le richieste avanzate dalle varie sigle omosessuali e ponendosi così in netto contrasto con la posizione della Chiesa (il che non ha mancato di sollevare prevedibili critiche da molti settori del mondo ecclesiale).

Il secondo filone è quello neocatecumenale (cui lo stesso Gandolfini appartiene), facente capo alla sua guida spirituale, Kiko Argüello, deciso al braccio di ferro e pronto per questo a dettare la linea e l’agenda, specie dopo le prese di distanza dalla manifestazione di Cl, del Rinnovamento nello Spirito, dei Focolarini e le riserve di qualcun altro. È Kiko che ha imposto tempi e modi della manifestazione col pretesto del suo peso numerico. Il terzo filone è quello populista incarnato da Mario Adinolfi, determinato nel porsi come nuovo leader delle truppe cattoliche anche dopo il recente insuccesso de “La Croce” quotidiana..

Da tutti e tre i casi discendono criticità oggettive e motivi seri di perplessità, come dimostra l’estrema cautela manifestata in merito da testate giornalistiche CLICCA QUI che pur vedono tra i propri collaboratori anche fautori dei tre filoni predetti. Ad aggiunger dubbi e disagi concorrono le “benedizioni” dei centristi e dei cosiddetti “moderati” circa il taglio molto più soft imposto alla manifestazione del 20 giugno, taglio che oggettivamente è tale da non disturbare né il governo Renzi sulle unioni gay e sul liberticida reato di omofobia, né la linea kasperiana al prossimo Sinodo. Insomma, il rischio di ridurre tutto ad una giocosa, ma inutile kermesse di piazza, magari “interreligiosa”, è quanto mai concreto e reale con tutti i pericoli annessi e connessi.

Chi ha stabilito che sia meglio questo di niente? Ed in base a quali criteri? Di certo v’è che un magmatico ed incerto Comitato organizzatore, diviso al suo interno, intende oggi porsi quale nuovo soggetto interlocutore nei confronti delle istituzioni civili e della Conferenza episcopale. Certi “appoggi”, anche prestigiosi, son giunti quando e purché la cosa, dovendosi fare, si facesse almeno nella maniera più inoffensiva. Ci pare francamente un modo sbagliato di scendere in piazza.

Di fronte a ciò, il vero problema non è partecipare o non partecipare, il 20 giugno. Il vero problema è un altro, ovvero capire quale sia il messaggio da portare realmente, quel giorno, in piazza San Giovanni. In Francia alla mobilitazione della Manif pour tous ha fatto seguito la disfatta elettorale del Partito socialista, perché era chiaro il messaggio contro il governo, responsabile delle leggi omosessualiste.

Oggi l’Italia è minacciata da un insieme di decreti e di leggi: le proposte di legge Scalfarotto sull’omofobia; Cirinnà sulle unione omosessuali e Fedeli sull’educazione di genere obbligatoria nelle scuole. Dietro queste proposte c’è il governo Renzi e una protesta contro tali progetti di legge che ne ignorasse gli autori prossimi e il responsabile remoto sarebbe priva di senso e, soprattutto, di conseguenze.

Un giudizio concreto sarà possibile esprimerlo solo dopo una manifestazione che è stata allestita in modo tanto frettoloso, convulso e vago da render difficile formulare prima valutazioni di merito. Sin d’ora, però, pur comprendendo le ragioni che possono muovere molti, riteniamo si debba fare estrema attenzione a non riporre male le proprie speranze, accreditando chi un domani potrà gestirle altrettanto male.

Se il messaggio che giungerà dal Palco sarà debole e confuso, ci auguriamo che quello che verrà dalla piazza sia chiaro e vigoroso, quanto meno per difendere a chiare lettere la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, dicendo quindi, anzi urlando il proprio “no” alle unioni gay del ddl Cirinnà, all’ideologia gender nelle scuole ed alla proposta Scalfarotto sulla cosiddetta «omofobia». Per far sentire la propria voce, quella della base, senza lasciarsi manipolare da alcuno. E senza compromessi. (Mauro Faverzani)

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